Molti funghi non sono adatti a sopravvivere a 37 gradi centigradi, più o meno la temperatura corporea dei mammiferi. Questo ĆØ uno dei fattori che ci protegge dalle infezioni fungine, e che rende le infezioni invasive causate da questo tipo di organismi molto più rare rispetto a quelle dovute ad esempio a virus e batteri. Da qualche tempo a questa parte, però, microbiologi ed esperti di malattie infettive si stanno chiedendo seĀ il graduale riscaldamento globale possa indurre alcune specie di funghi ad adattarsi per resistere alle nuove condizioni, diventando potenzialmente più pericolose per gli esseri umani. Secondo gli autori di uno studio appena pubblicato su Nature Microbiology, questo potrebbe in effetti essere possibile. La specie presa in considerazione, infatti, avrebbe sviluppato una serie di mutazioni in risposta allāesposizione a determinate temperature, mutazioni che lāhanno resa tra lāaltro resistente a uno dei tre antifungini di prima scelta.
Lo studio
La ricerca ĆØ stata condotta nel contesto del China Hospital Invasive Fungal Surveillance Net programme, mirato allāindividuazione di funghi potenzialmente in grado di causare infezioni invasive nellāessere umano.Ā Nel corso dello studio sono stati analizzati campioni di pazienti raccolti in 96 ospedali cinesi, da cui sono stati identificati oltre 27mila ceppi diversi di funghi. Fra questi, nei campioni di sangue prelevati da due pazienti di 61 e 85 anni ĆØ stato riscontrato il Rhodosporidiobolus fluvialis, che non si sapeva potesse infettare gli esseri umani. Tutti e due i pazienti presentavano anche altre patologie al momento del ricovero in ospedale e il primo era immunocompromesso.
I ricercatori hanno successivamente condotto diversi test per caratterizzare R. fluvialis, che è risultato per esempio resistente al fluconazolo e alla caspofungina, due dei tre antifungini più comunemente utilizzati. Questa specie è inoltre risultata in grado di infettare topi immunocompromessi.
Mutazioni legate alla temperatura
Ma dagli esperimenti sui topi i ricercatori hanno anche osservato che R. fluvialis, esposto alla temperatura corporea dei mammiferi, tende a produrre delle specie chimiche particolarmente reattive (dette Reactive Oxygen Species, Ros) con il conseguente sviluppo di un certo numero di mutazioni allāinterno del proprio genoma. Queste lo rendono particolarmente virulento per gli animali immunocompromessi.
Gli autori si sono poi chiesti se le mutazioni indotte dalla temperatura corporea dei topi potessero far acquisire a questa specie ulteriori resistenze agli antimicotici. Per rispondere a questa domanda i ricercatori hanno tenuto in coltura R. fluvialis a 25 e 37 gradi centigradi in presenza di amfotericina b, il terzo dei tre antifungini più frequentemente utilizzati per trattare le infezioni particolarmente pericolose. Ebbene, le cellule di R. fluvialis tenute in coltura alla temperatura più elevata hanno sviluppato molto più frequentemente mutazioni che le hanno rese resistenti anche allāamfotericina b.
Questi risultati, concludono gli autori, supportano lāipotesi che anche il riscaldamento globale attualmente in corso possa promuovere lāevoluzione di nuovi funghi patogeni. Come anticipato, si tratta di un tema che gli esperti in materia stanno esplorando giĆ da tempo. Secondo Arturo Casadevall, microbiologo e autore di un articolo di commento su questo tema pubblicato su Nature Microbiology a novembre dello scorso anno, ĆØ necessario investire in progetti di ricerca che puntino a caratterizzare sempre meglio le specie di funghi che ancora non conosciamo, in particolare quelle che sono patogeniche per altri animali ma che ancora non sono in grado di prosperare alla temperatura corporea dei mammiferi.


