[ad_1] C’è un prima e un dopo Game of Thrones, una saga stratificata, complessa, medievale e fantasy solo in superficie, perpendicolare alla nostra realtà, profetica rispetto al nostro tempo, che ci ha condotto in un mondo spietato e sanguinoso composto…
C’è un prima e un dopo Game of Thrones, una saga stratificata, complessa, medievale e fantasy solo in superficie, perpendicolare alla nostra realtà, profetica rispetto al nostro tempo, che ci ha condotto in un mondo spietato e sanguinoso composto da sette regni e altrettante casate in lotta per una sola ambizione: conquistare il Trono di Spade e con esso il dominio assoluto. Quando la serie tv, nata come adattamento della saga letteraria Cronache del ghiaccio e del fuoco, ha esordito su HBO esattamente quindici anni fa, era difficile supporre con precisione quanto il suo immaginario avrebbe poi impattato sulla cultura pop, quanto le sue frasi tessute come seta attorno a personaggi indimenticabili sarebbero rimaste impresse nella memoria collettiva, quanto i suoi colpi di scena avrebbero ridefinito il concetto stesso di narrazione televisiva.
George R.R. Martin ha plasmato un mondo composto da nobili, cavalieri, dame, in cui nessuno è al riparo, nessun essere umano è al sicuro, un mondo abitato da poche e granitiche certezze, ovvero che il potere è seduttivo e corrosivo, cambia maschera ma non cambia volto, che buoni e cattivi sono categorie semantiche che il potere non abita. Il potere in Game of Thrones non ha morale, non ha coscienza, si sposta da una mano all’altra, e spesso sfugge di mano. Martin ci ha mostrato conflitti che divampano per un nonnulla, sospinti da cospirazioni, manipolazioni, imperi che deflagrano a causa di antichi rancori, fratricidi, regicidi, bastardi che diventano re, bambine che si trasformano in predatrici lucide e silenziose, regine che incendiano città intere.
Un fenomeno che ha cambiato la televisione
Una saga diventata un fenomeno di costume, un evento televisivo che però non si misura soltanto negli ascolti o nei premi Emmy accumulati nel corso di otto stagioni, quanto nello spessore autentico dei suoi personaggi, nella complessità morale dei suoi antagonisti, traditori, martiri, mostri, ipocriti, vendicativi, plumbei, virtuosi (molto pochi), personaggi che accentrano in un unico corpo sentimenti contrastanti. Un mondo che spiega fin dalle prime scene, come un trattato politico, che la realtà difficilmente premia i giusti, che le alleanze si stringono e si spezzano per convenienza e che la verità paga il prezzo più immediato.
La storia orbita attorno a diverse famiglie nobili in lotta per il controllo della terra di Westeros, dove si trova il Trono di Spade dei Sette Regni, Stark, Lannister, Baratheon, Targaryen, Tyrell, Martell, Arryn, Greyjoy e Tully. La lotta per il trono porta questa famiglie nobili a tessere alleanze e a scontrarsi tra loro attraverso conflitti sempre più efferati e violenti. Nel frattempo un’oscura minaccia si profila all’orizzonte, un inverno diverso da qualsiasi altro che risveglia creature dimenticate e scatena forze antiche per le quali nessuno è preparato.
Game of Thrones ha stravolto il fantasy, raggiungendo un livello di popolarità senza precedenti; ha veicolato una lingua, anzi diverse lingue, come il Dothraki e l’Alto Valyriano, e anche citazioni e frasi rimaste nell’immaginario collettivo, come “L’inverno sta arrivando”, “Un Lannister paga sempre i propri debiti”, “Ciò che è morto non muoia mai”, oppure “Cosa diciamo al Dio della Morte? Non oggi”. Espressioni che sono diventate sempre più popolari, sempre più segnanti nella cultura contemporanea.
