Game of Thrones, come sono stati creati i draghi della serie tv


Abbiamo intervistato il lead animator che per la serie Hbo si è occupato in particolare di creare Drogon, Viserion e Rhaegal. Che racconta anche come il futuro dell’animazione possa essere in Africa

Dalla prima apparizione nella pira funeraria di Khal Drogo alla prigionia sotto la torre di Meereen, dalla riemersione di un Viserion zombie alla tragica fine di Rhaegal, fino al fatidico momento in cui Drogon vola via disperato con la madre Daenerys fra gli artigli: i draghi di Game of Thrones ci hanno regalato questi e altri momenti molto avvincenti nelle otto stagioni andate in onda. Grazie a grandi budget ed esperti professionisti da tutto il mondo, la produzione Hbo ha sempre garantito effetti speciali che fossero all’altezza dell’ambiziosa trama fantasy che si voleva raccontare.

Merito anche di Jonathan Symmonds, lead animator della serie che per lo studio tedesco Pixomondo ha seguito in particolare gli estenuanti e dettagliatissimi lavori sui draghi. L’abbiamo intervistato in occasione di una masterclass che ha tenuto a Talent Garden a Milano, rivelando anche i dettagli più emotivi della sua professione.

Iniziamo con una domanda facile, facile: ti è piaciuta l’ultima stagione?

“Ho saputo come sarebbe finita molto tempo fa e sapevo anche che le reazioni sarebbero state controverse. Ma doveva finire in questo modo, magari c’era spazio per qualche finale alternativo ma fra tutte le opzioni questa è stata la più realistica. Non posso dire che non mi sia piaciuto, ma ovviamente piccole cose potevano essere diverse”.

Come sei arrivato a lavorare per Game of Thrones?

“Stavo lavorando a Londra per un film intitolato Dark Tide con Halle Berry. Dovevo animare in tempo reale gli squali mentre loro giravano al piano di sopra, era un lavoro piuttosto duro e penso di aver lasciato una buona impressione in Pixomondo, che poi sono gli stessi che hanno lavorato a Game of Thrones. Non posso dire che nessun altro avrebbe potuto farlo, ma lavorare live, in un ambiente claustrofobico e a contatto diretto coi registi è qualcosa che richiede una certa calma. Poi ho fatto altre esperienze nel mondo, sono venuto anche a vivere per otto anni a Porto San Giorgio in quando ho ricevuto la chiamata della stessa produttrice: all’inizio ero scettico ma quando mi ha detto che avremmo lavorato sui draghi ho capito subito che si trattava di Game of Thrones“.

Quanto tempo c’è voluto per crearli?

“Mi piace rispondere che ci sono voluti otto anni, perché solo nell’ottava stagione abbiamo avuto la loro versione definitiva: sono cresciuti fino alla fine, sono diventati più grandi, abbiamo aggiunto più dettagli, più squame. Ogni piccolissima cosa veniva discussa e ogni anno cambiavamo qualcosa. Ovviamente quando si lavora a una serie tv bisogna far funzionare le cose in modo molto veloce: abbiamo dovuto imparare in fretta e studiare molto perché non avevamo altri punti di riferimento prima, abbiamo osservato uccelli, coccodrilli, cavalli…”.

Vi siete ispirati anche a draghi di altre opere fantasy?

“Avevamo molte visualizzazioni preliminari, sketch di versioni differenti che passano attraverso un lungo processo creativo prima che arrivino a me per animarli. Di sicuro una delle mie ispirazioni è il film Il regno del fuoco con Matthew McConaughey, soprattutto per i movimenti dei draghi e per il loro modo di quasi camminare a quattro zampe poggiandosi anche sulle ali”.

Com’è stata l’evoluzione del loro design?

“Abbiamo cambiato sicuramente dei dettagli: quando per esempio Drogon era più giovane aveva questo collo rosso e una specie di criniera come se fosse un leone, ma abbiamo capito subito che quelle cose andavano abbandonate. Abbiamo capito che, siccome diventava sempre più grande di dimensioni, anche il collo doveva allungarsi e allo stesso modo il muso. Se pensiamo che alla fine è lungo 22 metri, vuol dire che all’inizio da cucciolo era grande come un dito del drago attuale”.

Hai lavorato su tutti i draghi?

“Mi sono specializzato su Drogon perché ovviamente verso la fine ci si concentra maggiormente su di lui, sulle sue reazioni. Ma ho lavorato anche su Viserion e Rhaegal soprattutto quando erano più piccoli, quando erano imprigionati nella piramide: dovevo animare il loro comportamento malato, ciondolante e sfinito”.

Hai finito per provare affetto per queste creature?

“Durante l’ottava stagione mia sorella è morta di leucemia, è stata una cosa rapida e improvvisa. Ma mentre facevo Game of Thrones ho trovato un modo di legare me stesso alle animazioni che facevo, perché quando ci lavori trovi un modo per mettere te stesso nei personaggi: alla fine mi sono concentrato molto sul momento della morte di Dany, dunque ho avuto una connessione speciale con Drogon, mi ha aiutato molto condividere il suo dolore, anche se è un personaggio che non esiste ma alla stesso tempo ha molto di me”.

Ma come hai fatto a mantenere tutti i segreti riguardanti la trama di Game of Thrones?

“È stato davvero difficile. Quando mi hanno svelato la fine volevo dirlo a tutti ma lavoro in questo ambito da tanti anni, quindi ho imparato a non rovinare la sorpresa alle persone. Non mi è mai piaciuto spoilerare. Avevo questa responsabilità ma è stato naturale anche quando la gente mi offriva da bere o addirittura dei soldi per rivelare. Hbo è stata particolarmente attenta a tutto questo, non avevamo neppure internet nello studio di animazione per evitare fughe di notizie, le misure di sicurezza erano enormi”.

game of thrones

Nella tua carriera ti sei specializzato soprattutto nell’animazione di animali e creature magiche: come mai?

“In realtà sono nato in Zimbabwe e sono cresciuto in una tenuta in cui i miei genitori mi dicevano: ‘Va’ a giocare nel bush ma attento ai leopardi!‘. Ho passato molto tempo a giocare con insetti, ragni, a catturarli, metterli insieme e inventarmi delle storie. Sono sempre stato attirato dalle creature che non comprendevo fino in fondo. Quando faccio l’animazione di una piovra, uno squalo o un dinosauro, quella è la mia interpretazione della loro storia, è molto più interessante di animare bambini o persone”.

Hai lavorato anche in film come Avatar o Troll Hunter: com’è passare da un mondo immaginario all’altro?

“In realtà è come se fossi un pilota di Formula 1 e dovessi passare dal correre in Canada e poi a Singapore: cambia l’ambiente ma i principi, l’istinto sono gli stessi. L’animazione è basata su dodici principi fondamentali, che io stia animando un troll di 90 metri o un piccione, devo sempre stare attento agli stessi criteri, come il peso, il volume, le tempistiche, a cui solo alla fine aggiungi la personalità”.

Lavori in questo settore da 15 anni: com’è cambiata l’animazione in questi anni?

“A volte mi fanno queste domande come se fossi un dinosauro dell’animazione, in realtà quando studiavo all’università mi insegnavano persone che a loro volta si consideravano dinosauri. Il fatto è che oggi la tecnologia permette di scambiare informazioni in modo velocissimo, c’è un accesso senza precedenti e quindi puoi anche imparare da persone che hanno già delle conoscenze, anche sul mio sito ci sono vari tutorial. Questo ha permesso al fiorire di talenti che magari non hanno una formazione accademica ma che hanno fatto molta pratica, magari facendo dei corsi online o cose simili”.

Che progetti hai in futuro invece?

“Attualmente lavoro con una società italiana che si chiama Sophoria, ma presto aprirò uno studio di animazione a Mauritius e lì fonderò anche un’accademia online. Il mercato europeo è inondato di offerta, ci sono tante scuole, in Africa invece non ci sono molte opportunità: vorrei quindi portare lì qualcosa a mia volta, ci sono così tante storie da raccontare che spesso semplicemente non hanno la tecnologia per essere raccontate. Ora la tecnologia è internet: artisti giovanissimi e pieni di talento hanno la possibilità di esprimersi anche grazie all’animazione, saranno la nuova generazione di storyteller”.

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