Le nuove analisi legate all’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, condotte sul Dna rinvenuto sotto le unghie della vittima, riaprono uno dei punti più controversi dell’intera vicenda giudiziaria. Il materiale genetico, estratto nel 2014 e ritenuto allora “degradato” dal perito del processo d’appello Francesco De Stefano, è stato nuovamente analizzato con tecniche non disponibili all’epoca. L’attuale perita, Denise Albani, sembrerebbe ora aver confermato che quel profilo genetico restituisce oggi “una elevatissima percentuale di compatibilità con l’Y di Sempio”, cioè con la linea maschile della famiglia dell’indagato, amico del fratello della vittima.
Secondo quanto emerso, nel caso Garlasco, il Dna ha mostrato corrispondenza in 12 marcatori su 16 del kit usato per le analisi, un numero sufficiente per stabilire la compatibilità con la linea paterna. La tecnica biostatistica adottata – non disponibile nel 2014 – ha permesso di attribuire quel profilo alla linea maschile di Sempio, ma non all’indagato in modo individualizzante. Inoltre, nello stesso campione risultano tracce di un secondo profilo genetico, in quantità minore e non definita.
Aplotipo Y: compatibilità con la linea paterna, non con un individuo
Quello che Albani ha valutato è il cromosoma Y, cioè quello che passa invariato lungo la linea paterna. Il dato ottenuto non dice che quello è il Dna di Andrea Sempio, ma che è compatibile con la linea maschile della sua famiglia.
Il biologo forense e consulente giudiziario Vincenzo Agostini chiarisce perché la compatibilità riguarda la linea maschile e non l’individuo Andrea Sempio. “Partiamo dal presupposto che tutti i soggetti maschili presentano i due cromosomi sessuali X e Y. Da un punto di vista ereditario, l’intero cromosoma Y viene trasmesso in maniera inalterata dal padre al figlio maschio. Quindi il padre ha un determinato profilo aplotipico del cromosoma Y, che sarà identico a quello del figlio, ma anche del nonno, dello zio, del cugino. Ecco perché da un punto di vista identificativo il potere del cromosoma Y è limitato: non è discriminativo, ma è riconoscibile a quella ben precisa linea paterna”.
Il tema della degradazione e perché oggi il profilo risulta utilizzabile
Agostini interviene anche sul punto che per anni ha bloccato ogni attribuzione: il presunto stato di degradazione della traccia. “Pur essendo parziale, quel profilo è assolutamente utile per poter identificare la linea patrilineare. La degradazione di un profilo avviene quando la traccia è scarsa o vecchia, ma un profilo parziale non vuol dire che non sia utile. Anche con meno marcatori, se il profilo viene replicato più volte nelle stesse condizioni e quei marcatori tornano sempre, può essere utilizzato”.
Secondo Agostini, il problema nel 2014 fu che le repliche non furono eseguite correttamente: “Erano state fatte utilizzando quantità diverse di Dna. Se nella prima usi tre microlitri, nelle successive devi usarne sempre tre. Se vengono cambiate le condizioni non possiamo più parlare di repliche. Ecco perché allora non si consolidò il profilo”.
Perché le comparazioni biostatistiche sono decisive ma non definitive
La tecnica che Albani ha utilizzato – e che nel 2014 non era disponibile – elabora frequenze, probabilità e distribuzioni statistiche dell’aplotipo nella popolazione. Non determina un “match assoluto”, ma calcola quante possibilità ci siano che un certo profilo appartenga a un certo gruppo familiare.

