Il film parte dagli ultimi giorni di Giulio Regeni al Cairo e dall’incontro che ha stravolto la sua vita, quello con il sindacalista Mohammed Abdallah che, di nascosto e d’accordo con i servizi segreti egiziani, sta riprendendo tutto. Immagini sporche, a scatti, luci e rumori ovattati di una videocamera di dieci anni fa, come erano quelle diventate virali negli anni precedenti, quando gli scontri e le manifestazioni della primavera araba fecero il giro del mondo diventando le prime rivolte in diretta streaming. Quelle riprese in bassa definizione, tra materiale d’archivio e un’immersione nella dimensione più quotidiana del Cairo, diventano il leitmotiv di tutto il film.
“L’unico modo per costruire questo film era utilizzando un linguaggio sporco, confuso e a tratti graffiante per cercare di riportare lo spettatore nel mezzo delle strade del Cairo, con le sue notti, le sue luci, le sue atmosfere, andando anche indietro nel tempo nella narrazione, fino agli scontri della primavera araba”, continua Manetti. “Mi è sembrato il vestito migliore per raccontare questa storia senza mai cedere il fianco al sensazionalismo e alla morbosità. L’obiettivo era quello di restare il più aderente possibile al reale e sono andato quindi a cercare quei materiali che restituissero la realtà come può essere stata vissuta da Giulio nel periodo in cui si trovava in Egitto e negli ultimi momenti della sua vita”.
L’importanza della memoria
I girati in bassa definizione delle rivolte, delle atmosfere e degli ultimi giorni di Giulio Regeni si alternano alle interviste ai suoi genitori, che per la prima volta hanno deciso di prestare il loro volto e la loro voce in un film, e all’avvocata Alessandra Ballerini, che da anni li assiste nella loro enorme battaglia per la verità e giustizia. A questo si sommano stralci del processo in corso al Tribunale di Roma, dove sono imputati (senza essere presenti a causa dell’ostruzionismo delle autorità egiziane che non ne hanno mai notificato il rinvio a giudizio) i quattro agenti della National Security Agency egiziana, Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abedal Sharif. Un processo partito grazie a una sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato ammissibile il dibattimento in contumacia anche senza notifica formale agli imputati e che nell’ottobre 2025 è stato sospeso, dopo che gli avvocati difensori dei quattro 007 hanno sollevato una questione di legittimità riguardante il diritto alla difesa e il gratuito patrocinio.



