La perfusione normotermica – cioè a temperatura corporea – è quella che consente la valutazione funzionale più raffinata: un rene in queste condizioni può produrre urina, un fegato produce bile. L’organo torna a lavorare, e i clinici possono osservarlo in tempo reale prima di decidere se impiantarlo. Un polmone con un lobo danneggiato da una contusione toracica, per esempio, è stato operato durante la perfusione – lobo rimosso, sutura, poi trapianto della parte funzionante – una procedura impossibile nella vecchia logistica.
Il freddo stesso produce danni che la perfusione aiuta a evitare: “Le nostre cellule non sono fatte per stare al freddo. Quando poi le riscaldiamo, c’è quello che si chiama danno da ischemia-riperfusione: l’organo conservato al freddo è in condizioni ischemiche e quando gli arriva il sangue ne risente – spiega Vesconi –. Questi danni contribuiscono in maniera significativa al meccanismo del rigetto, perché un organo che ha subito un trauma innesca più facilmente una reazione infiammatoria”.
L’ospedale degli organi
C’è un’idea che circola nei corridoi della trapiantologia più avanzata, accennata da entrambi gli esperti: quella di strutture centralizzate dedicate esclusivamente alla ricezione, cura e redistribuzione degli organi. Un ospedale degli organi, appunto.
Vescovi guarda ai tentativi concreti fatti dagli Stati Uniti lanciando una specie di organ repair center. “Dopo il prelievo, permettono di mettere l’organo in perfusione per conservarlo, trattarlo e rimetterlo a disposizione – spiega Vescovi –. In Italia abbiamo già banche dei tessuti, ma i tessuti non richiedono perfusione: vengono conservati a freddo e distribuiti. Un centro per organi vivi che circolano in macchina è un’altra cosa, sia operativamente che concettualmente”.
Piemonti è affascinato da questa idea ma cauto sui tempi: “Non sarebbe così strano immaginare un futuro in cui, invece di prelevare un organo danneggiato e trapiantarlo subito, lo si porta in un luogo dove viene guarito e poi reimpiantato. Ma sono campi complessi, difficili anche dal punto di vista del disegno sperimentale, perché non puoi fare su un organo destinato a un paziente quello che faresti in laboratorio”.
I sistemi di perfusione portatili stanno però già spostando la catena logistica. “Per il cuore, ad esempio, si lavora già così – dice Vesconi –. Viene prelevato e inserito direttamente nella macchina di perfusione da trasporto. Anche durante il viaggio l’organo viene perfuso, valutato, mantenuto, e poi arriva nell’ospedale di destinazione senza i passaggi intermedi”.
Oltre i trapianti: cellule, chimere e organi bioingegnerizzati
Se la perfusione rappresenta un’evoluzione raffinata del paradigma classico, quello che Piemonti descrive come il vero cambio di paradigma è più radicale. “La medicina d’avanguardia non ragiona più in termini di sostituzione di un organo, ma di una funzione – spiega l’esperto del San Raffaele –. Essa può essere ottenuta non necessariamente trapiantando tutto un organo, ma solo un tessuto, delle cellule, o rigenerando quelle che sono andate perse”.


