Fiducia cieca a 100 km/h, interfoni che sussurrano traiettorie, app che misurano ogni fatica, budget basso e un sogno condiviso: gareggiare in casa, davanti a un pubblico che non sparisca dopo la cerimonia di chiusura. Nella ventunesima puntata di Grande Giove, gli atleti paralimpici Martina Vozza e Federico Pelizzari portano lo sci alpino fuori dal mito delle medaglie per mostrarne la realtà quotidiana, dove ogni discesa è un atto di fiducia assoluta, ogni allenamento un accumulo di dati per limare decimi. E ogni gara un promemoria delle disparità che ancora persistono tra Olimpiadi e Paralimpiadi. Chissà che Milano Cortina 2026 non possa segnare una svolta. Una vittoria in casa.
Retroscena da campioni
Vozza, ipovedente dalla nascita, racconta come scende in pista con la guida Ylenia Sabidussi da sei-sette anni: “Usiamo interfoni nei caschi, come per le moto. Lei mi dà l’op quando inizia la curva, mi avvisa di cambi di pendenza, luce, ritmo, e a volte anche consigli tecnici: è stata atleta e maestra di sci. Io le dico ‘vai’ per accelerare o ‘un attimo aspetta’ per rallentare. Abitiamo vicine, siamo diventate anche molto amiche e questo ha migliorato anche la nostra sciata”. Quel legame profondo, forgiato da anni di curve condivise, è il loro punto di forza: la tecnologia serve a rendere possibile ciò che altrimenti non lo sarebbe, ma è la relazione umana a fare la differenza.
L’innovazione tecnologica entra anche nella routine quotidiana degli atleti con l’app con cui Vozza monitora ogni sessione di allenamento: “si possono inserire discipline, giri, tipo di tracciato, meteo, neve, commenti personali e la fatica percepita da 1 a 10. Ogni mese arriva un report che permette di capire come migliorare volta per volta”. Quei dati non sono solo numeri: sono lo strumento per trasformare la fatica in progresso, in un mondo dove ogni decimo conta. Fondamentale anche il ruolo delle protesi e il loro essere sempre più performanti. Lo fa notare Pelizzari, raccontando “la fatica di fare in palestra certi esercizi propedeutici allo sci, ma con le protesi ad hoc aggiungo tasselli ogni anno”.
Eppure, dietro la performance che appassionano sempre più persone, c’è un sistema che arranca. Pelizzari, entrato nel paralimpico a 18-19 anni dopo un incidente a 12 anni, oggi è professionista nel Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa. Racconta che da qualche anno la legge riconosce gli atleti paralimpici come atleti “veri e propri”, mentre prima bisognava arrangiarsi, lavorando e sciando insieme. “Ora lo sport è il mio lavoro a tutti gli effetti, ma il riconoscimento è ancora parziale. Una Coppa del Mondo normo può valere fino a 150mila euro, per noi zero. La International Ski and Snowboard Federation ha 10 milioni di euro di montepremi per gli sciatori normodotati, per noi ancora niente. Una medaglia di legno, una pacca sulla spalla e ci vediamo l’anno prossimo”.

