Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC
Paul Mescal nei panni del Bardo firma una performance maiuscola, in sottrazione, è simbolo vivente di vulnerabilità, incapace di affrontare la ferocia del padre come, più avanti, quella di un lutto gravissimo. Dei tre figli avuti con Agnes perderà l’unico maschio, Hamnet (l’ottimo Jacobi Jupe) e da questa tragedia immane nascerà il capolavoro Amleto.
Il resto lo fa Chloé Zhao, ed è un miracolo sensoriale. Scritto in punta di penna, senza mezza battuta fuori posto, vanta non solo scene madri mozzafiato (su tutte, un parto con lei aggrappata alle radici degli alberi), ma un sonoro più che mai accurato che pare riprodurre suoni ASMR. Le erbe nel mortaio, le foglie calpestate, il graffio del pennino di William, le piume del falco, i passi sull’erba, le zolle di terra divelta, i respiri, i sussurri, il rumore della pioggia. Il tutto contestualizzato in una narrazione che fa i conti con il suo tempo, racconta la subordinazione delle donne (e la voglia di indipendenza), la violenza autoritaria degli uomini, la peste, l’assenza dei padri lontani da casa per lavoro. Assenza che Shakespeare, trasferitosi a Londra, non si perdonerà mai: al capezzale del figlio non c’era. “Ciò che ci è dato ci può essere tolto in qualsiasi momento“.
Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC
Il teatro diventa per lui occasione di catarsi, in cui trovare risposte e sanare ferite insanabili. Attraverso la rappresentazione della tragedia di Amleto, con l’attore vestito come il figlioletto perso (che sognava a sua volta di recitare) riuscirà a salutare in scena il figlio che in vita non ha potuto salutare. “To be or not to be“, e il cuore si spezza. “The rest is silence“, e noi piangiamo commossi con tutto il cast.




