LāHiv (Human immunodeficiency virus) ĆØ ancora oggi considerato dallāOms come uno dei principali problemi di salute pubblica a livello globale. Si stima infatti che solo nel 2023 siano morte circa 630mila persone per cause correlate allāinfezione con questo patogeno. Al momento non esiste una cura risolutiva, ma lāaccesso a strategie di prevenzione, diagnosi e terapie efficaci stanno gradualmente trasformando la malattia in una condizione cronica gestibile. E per i paesi a reddito medio o basso lāaccesso a queste strategie dipende in larga misura dagli aiuti internazionali. Secondo i risultati di uno studio pubblicato su The Lancet Hiv, i tagli agli aiuti esteri preventivati dai principali paesi donatori rischiano di annullare decenni di progressi su questo fronte.
La questione dei tagli
Dal 2015, si legge nella pubblicazione, i donatori internazionali hanno contribuito per circa il 40% di tutti i finanziamenti destinati alla lotta contro lāHiv nei paesi a basso e medio reddito. Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Paesi Bassi contribuiscono insieme a più del 90% dei finanziamenti internazionali. Recentemente, però, questi paesi avrebbero annunciato lāintenzione di attuare tagli significativi agli aiuti esteri, che secondo le stime potrebbero portare a una riduzione del 24% dei finanziamenti internazionali per lāHiv entro il 2026. In particolare, il governo degli Stati Uniti, che nel 2023 ha fornito il 73% degli aiuti internazionali per lāHiv, ha messo in pausa tutti i finanziamenti agli aiuti esteri (con limitate eccezioni) il 20 gennaio 2025 per consentire una revisione e una valutazione di 90 giorni.
Lo studio
Gli autori e le autrici hanno utilizzato un modello matematico per stimare il potenziale impatto dei tagli in 26 paesi, fra cui Armenia, Colombia, Albania, Sud Africa, Sri Lanka, Mongolia, Uganda, solo per citarne alcuni. In particolare, il modello ĆØ stato utilizzato per stimare lāincidenza e la mortalitĆ legate alle infezioni da Hiv per i prossimi cinque anni secondo diversi scenari: uno scenario āstatus quoā in cui si assume che i finanziamenti rimangano costanti, più altri quattro scenari che prendono invece in considerazione i tagli preventivati dai paesi donatori.
Secondo le analisi, se questi ultimi non verranno mitigati potrebbero verificarsi nei paesi a basso e medio reddito fra i 4,4 e i 10,8 milioni di nuove infezioni da Hiv e tra i 770mila e i 2,9 milioni di decessi in più rispetto allo scenario āstatus quoā da qui al 2030. A risentirne sarebbero in particolare i paesi dell’Africa sub-sahariana e le comunitĆ vulnerabili, tra cui le persone che fanno uso di droghe, i sex worker, i bambini.
āGli Stati Uniti sono storicamente il maggior contributore agli sforzi globali per il trattamento e la prevenzione dellāHiv, ma gli attuali tagli al Pepfar e ai programmi sostenuti dallo Usaid hanno giĆ interrotto lāaccesso ai servizi essenziali per lāHiv, tra cui la terapia antiretrovirale, la prevenzione e i test – commenta Debra ten Brink del Burnet Institute (Australia), prima autrice dello studio – Guardando al futuro, se altri paesi donatori ridurranno i finanziamenti, decenni di progressi nel trattamento e nella prevenzione dellāHiv potrebbero essere vanificatiā.


