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“Ho fatto il rider in Messico e ho capito come sarà il futuro del lavoro”, parla l’autore di A Sud della piattaforma

di webmaster | Gen 10, 2026 | Tecnologia


Il sociologo e ricercatore italiano Federico De Stavola, in Messico, era andato “solo” per scrivere una tesi di dottorato sul sindacalismo internazionale. Invece, è finito a lavorare come rider, scrivendo poi un libro su questa particolare esperienza su due ruote (A Sud della piattaforma – Flussi logistici, economie barocche e capitalismo digitale in America Latina, edito da Mimesis). Già, perché nel 2018, mentre già viveva a Città del Messico, si è imbattuto in qualcosa che ha cambiato per sempre la sua prospettiva sul mondo del lavoro (e non solo): la piattaforma colombiana Rappi.

Viaggio nel Messico dei rider

Cos’è Rappi?

Rappi è una sorta di super app di servizi ondemand molto diffusa in America Latina, che gestisce e coordina la consegna a domicilio di cibo, generi alimentari, farmaci, prodotti da supermercato e altro, e che in quel periodo aveva preso a circolare molto nelle strade della megalopoli da 21 milioni di abitanti. Racconta a Wired Federico De Stavola: “Non è certamente l’unica app di questo tipo, ma è stata la prima a lanciare in Sudamerica una campagna marketing molto aggressiva, ed è stata anche la prima contro cui i rider hanno cominciato a protestare, per alcuni addebiti che venivano caricati a loro insaputa sui loro account”.

Incuriosito dal fenomeno, il ricercatore ha iniziato così a seguire alcune manifestazioni assieme a un’amica giornalista, appassionandosene così tanto, da decidere di cambiare completamente rotta (e tema della tesi): “Mi sembrava un argomento più interessante e innovativo. Così, sono salito in sella alla bici per osservare il fenomeno da vicino”.

Il libro del sociologo Federico De Stavolta in cui racconta la sua esperienza come rider in Messico

Il libro del sociologo Federico De Stavolta, in cui racconta la sua esperienza come rider in Messico (Mimesis, 292 pagine, 28 euro)

Certo, anche solo immaginare di girare in bicicletta in una città come Città del Messico fa pensare più a un tentativo di autoeliminazione che a un esperimento sociale, ma De Stavola aveva già l’abitudine di spostarsi sulle due ruote nella capitale messicana: “Facevo 17 chilometri al giorno per raggiungere l’università; quando mi sono messo a fare il rider, ho tuttavia scelto di muovermi solo nei quartieri residenziali, perché il traffico nel centro era, ed è, davvero impossibile”.

Le bici bianche per ricordare i rider che muoiono lavorando

Le strade, racconta, sono costellate di bici bianche, che vengono lasciate lì dove i rider muoiono investiti. E la sua faccia da güero, europeo bianco, generava una certa frizione: “Nel contesto dei rider locali io ovviamente stonavo. Lì i lavori fisici i bianchi non li fanno, e nessuno di loro abita in centro città”.

Nel libro, De Stavola racconta molti episodi che rendono tangibile questa distanza: i quartieri controllati dai narcos (e rigorosamente da evitare), gli incroci a otto corsie attraversati stringendo il manubrio con una mano e consultando l’app con l’altra, la diffidenza di alcuni colleghi e la solidarietà di altri.

Ma quello che lui non si sarebbe mai aspettato di trovare è stato l’approccio positivo a questo lavoro, da parte degli altri rider “autoctoni”. Ci spiega meglio? “Pensavo che mi sarei ritrovato in mezzo a lavoratori precari, sottopagati e scontenti. Invece, molti di loro descrivevano questa occupazione con toni sorprendenti: erano soddisfatti, pur riconoscendone alcune criticità, come la mancanza di sicurezza per strada e questi addebiti non riconosciuti”.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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