Il sociologo e ricercatore italiano Federico De Stavola, in Messico, era andato “solo” per scrivere una tesi di dottorato sul sindacalismo internazionale. Invece, è finito a lavorare come rider, scrivendo poi un libro su questa particolare esperienza su due ruote (A Sud della piattaforma – Flussi logistici, economie barocche e capitalismo digitale in America Latina, edito da Mimesis). Già, perché nel 2018, mentre già viveva a Città del Messico, si è imbattuto in qualcosa che ha cambiato per sempre la sua prospettiva sul mondo del lavoro (e non solo): la piattaforma colombiana Rappi.
Viaggio nel Messico dei rider
Cos’è Rappi?
Rappi è una sorta di super app di servizi ondemand molto diffusa in America Latina, che gestisce e coordina la consegna a domicilio di cibo, generi alimentari, farmaci, prodotti da supermercato e altro, e che in quel periodo aveva preso a circolare molto nelle strade della megalopoli da 21 milioni di abitanti. Racconta a Wired Federico De Stavola: “Non è certamente l’unica app di questo tipo, ma è stata la prima a lanciare in Sudamerica una campagna marketing molto aggressiva, ed è stata anche la prima contro cui i rider hanno cominciato a protestare, per alcuni addebiti che venivano caricati a loro insaputa sui loro account”.
Incuriosito dal fenomeno, il ricercatore ha iniziato così a seguire alcune manifestazioni assieme a un’amica giornalista, appassionandosene così tanto, da decidere di cambiare completamente rotta (e tema della tesi): “Mi sembrava un argomento più interessante e innovativo. Così, sono salito in sella alla bici per osservare il fenomeno da vicino”.
Certo, anche solo immaginare di girare in bicicletta in una città come Città del Messico fa pensare più a un tentativo di autoeliminazione che a un esperimento sociale, ma De Stavola aveva già l’abitudine di spostarsi sulle due ruote nella capitale messicana: “Facevo 17 chilometri al giorno per raggiungere l’università; quando mi sono messo a fare il rider, ho tuttavia scelto di muovermi solo nei quartieri residenziali, perché il traffico nel centro era, ed è, davvero impossibile”.
Le bici bianche per ricordare i rider che muoiono lavorando
Le strade, racconta, sono costellate di bici bianche, che vengono lasciate lì dove i rider muoiono investiti. E la sua faccia da güero, europeo bianco, generava una certa frizione: “Nel contesto dei rider locali io ovviamente stonavo. Lì i lavori fisici i bianchi non li fanno, e nessuno di loro abita in centro città”.
Nel libro, De Stavola racconta molti episodi che rendono tangibile questa distanza: i quartieri controllati dai narcos (e rigorosamente da evitare), gli incroci a otto corsie attraversati stringendo il manubrio con una mano e consultando l’app con l’altra, la diffidenza di alcuni colleghi e la solidarietà di altri.
Ma quello che lui non si sarebbe mai aspettato di trovare è stato l’approccio positivo a questo lavoro, da parte degli altri rider “autoctoni”. Ci spiega meglio? “Pensavo che mi sarei ritrovato in mezzo a lavoratori precari, sottopagati e scontenti. Invece, molti di loro descrivevano questa occupazione con toni sorprendenti: erano soddisfatti, pur riconoscendone alcune criticità, come la mancanza di sicurezza per strada e questi addebiti non riconosciuti”.



