Un golfo che si rinnova lentamente

Il Golfo Persico è particolarmente vulnerabile perché non riesce a rigenerarsi facilmente.

Gli scienziati lo definiscono un mare a ricambio lento (slow-flush), che impiega tra due e cinque anni a rinnovare completamente le sue acque. Questo significa che i contaminanti – che si tratti di petrolio, carburante o detriti – possono persistere a lungo dopo l’evento iniziale, diffondendosi sia in superficie sia sui fondali.

Bartholomew avverte che anche un solo sversamento di grandi dimensioni potrebbe avere conseguenze molto ampie: “Una grande fuoriuscita di petrolio nello stretto di Hormuz potrebbe contaminare le spiagge e compromettere gravemente i siti di nidificazione delle tartarughe, comprese isole come Sir Bu Nair”.

“Le fuoriuscite di petrolio possono uccidere le tartarughe adulte e i serpenti marini, oltre a danneggiare gli habitat di nidificazione. Possono anche colpire mammiferi marini come i delfini gobba dell’Indo-Pacifico nelle acque di Musandam [vicino allo stretto] e i tursiopi dell’Indo-Pacifico, oltre a uccidere gli uccelli marini”, afferma Bartholomew.

Il pericolo non si limita alla superficie. Gli squali balena che migrano stagionalmente nel Golfo attraverso lo stretto di Hormuz, soprattutto tra maggio e settembre, sono vulnerabili al petrolio galleggiante perché si nutrono in prossimità della superficie.

Bartholomew aggiunge inoltre che “anche se il petrolio in genere galleggia, tempeste e mare molto mosso possono mescolarlo e spingerlo a profondità maggiori, con possibili effetti negativi sui coralli nella regione dello stretto, dove la diversità corallina è la più alta del Golfo, soprattutto sul versante iraniano”.

L’inquinamento superficiale può alterare il comportamento degli animali anche in modi inattesi. Le chiazze di petrolio creano zone d’ombra sulla superficie dell’acqua, simili ai dispositivi di aggregazione che attirano naturalmente i piccoli pesci. Questo può richiamare altri animali – tra cui tartarughe, squali e uccelli marini – nelle aree contaminate, esponendoli alle tossine e aumentando il rischio di ingerire petrolio o esserne ricoperti.

Nelle aree costiere poco profonde, dove si concentra la biodiversità, anche piccoli sconvolgimenti possono innescare effetti a catena nell’intero ecosistema. E il recupero è spesso lento, quando avviene.

Quando la luce scompare

Per i dugonghi, la minaccia è meno visibile ma non per questo meno grave. Questi animali dipendono dalle praterie di fanerogame marine, che per crescere hanno bisogno della luce del sole.

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