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I cinquant’anni di Barry Lyndon, un grandissimo film storico e un’esperienza visiva magnifica

di webmaster | Dic 18, 2025 | Tecnologia


Barry Lyndon di Stanley Kubrick compie mezzo secolo, e rimane ancora oggi più che un film, una manifestazione del concetto di perfeziona artistica. Fu anche, purtroppo, un flop al botteghino, ma come spesso accade, il denaro non sempre riflette la bellezza, il genio creativo, tutto ciò che lo rende ancora oggi il più grande film storico di ogni tempo, l’unico capace di farti dimenticare di essere una finzione.

Un regista deciso a sperimentare sempre e comunque

Barry Lyndon dopo cinquant’anni non smette di esercitare su di noi un fascino incredibile, unico, a dispetto di quanto la industry e il pubblico si siano evoluti (facciamo finta che sia così), della sua lunghezza astronomica, ben 185 minuti, dello stile narrativo così distaccato. Uscì in sala il 18 dicembre 1975, ma la sua genesi, è connessa ad un sogno infranto per Stanley Kubrick, quello di girare un film su Napoleone Bonaparte. Era da anni che ci pensava, ma l’insuccesso del Waterloo di Sergej Bondarčuk (altro titolo straordinario ed incompreso) lo convinse che era il caso di lasciar perdere. Grande appassionato della narrativa di William Makepeace Thackeray, pensò ad un adattamento sul grande schermo de “La fiera della Vanità”, l’opera più famosa dell’autore, ma soppesò pure le possibilità offerte da “Dream Story” di Arthur Schnitzler, che poi in effetti sarebbe diventato il suo ultimo film: Eyes Wide Shut. Nel 1972 però Kubrick decise che “Le memorie di Barry Lyndon”, un altro romanzo di Thackeray, era il progetto giusto per lui, per tutto ciò che conteneva a livello tematico.

La Warner Bros. era scettica, ma Kubrick era sicuro di poter ottimizzare i tempi, grazie a quel lavoro preparatorio che aveva dedicato al biopic su Bonaparte. Rimaneva un progetto molto particolare, perché attraverso quelle pagine, Thackeray aveva parlato molto di sé stesso, della sua vita e della sua visione del mondo. Sicuro della fiducia accordatagli dopo il clamoroso successo riscosso con Arancia Meccanica, Stanley Kubrick però non ebbe dubbi. Certo, cambiò molto, moltissimo dello stile narrativo, degli eventi descritti da Thackeray, il narratore divenne il classico onnisciente (un magnifico Romolo Valli nel nostro doppiaggio) e non più il protagonista stesso. Una scelta precisa, coerente con l’intento finale di Kubrick: trasportarci lì, nell’Europa di fine ‘700, durante la Guerra dei Sette Anni per seguire le avventure e disavventure di Redmond Barry, ragazzotto irlandese, tutto cuore e poco cervello, cresciuto dalla generosità dello zio, visto che il padre è morto in duello. Innamorato dalla cugina Nora (Gay Hamilton), sfida a duello il Capitano Quin (un fantastico Leonard Rossiter) ed apparentemente lo uccide.

Balla coi lupi

Il 14 dicembre del 1990 usciva nelle sale italiane il film di Kevin Costner, un colossal magnifico e capace di rivoluzionare la rappresentazione dei nativi americani

Costretto alla fuga, Redmond finirà a vagare per l’Europa, ora migliorando, ora peggiorando la sua vita, fatta di miseria e nobiltà, ambizione e narcisismo. Barry Lyndon tutto questo ce lo mostra in un film fiume, ancora oggi la più grande immersione storica che un lungometraggio cinematografico ci abbia mai procurato, un’esperienza cinematografica che non aveva padri e di certo non ha avuto discepoli. Non è eccessiva tale definizione, rispecchia un lavoro da parte di Kubrick che non abbraccia il mero aspetto visivo, ma soprattutto semantico. Dialoghi, atmosfera, linguaggio del corpo, la rappresentazione di un mondo e di chi lo abitava, della loro mentalità, società, sono curati in modo tanto maniacale da risultare quasi inquietanti. Fu un’impresa titanica, soprattutto per la volontà da parte di Stanley Kubrick di usare la luce naturale quanto il più possibile, per donare un realismo totalizzante a Barry Lyndon. Ci volle un anno di lavoro in Irlanda, terra che lasciò sbigottito per bellezza e opportunità visive il regista americano, a dispetto nel costante pericolo causato dagli scontri tra l’IRA e le forze governative.

Ci furono diverse minacce e allarmi, addirittura si rischiò di far cessare la produzione. Stanley Kubrick sapeva che la messa in scena era la chiave per convincere lo spettatore di trovarsi veramente lì, nei saloni dell’Europa ancora legato al barocco, ma per farlo, dovette affidarsi molto a John Alcott. Era il suo collaboratore alla fotografia, avevano già lavorato assieme durante 2001: Odissea nello Spazio, con lui Kubrick concepì quadri in movimento, che si rifacevano alle opere di artisti come Fragonard, Zoffany o Gainsborough. Candele, lampade ad olio, il sole, la luna erano le uniche fonti. Kubrick poi chiese alla produzione l’arma finale: delle Carl Zeiss Planar da 50mm, utilizzate dalla NASA per le missioni Apollo sul suolo lunare. Un po’ eccessivo? Non a giudicare dal risultato, da come seppe rendere immersive diverse scene a bassissima luminosità, creando un’atmosfera unica, mai riscontrata prima di allora. A completare tutto, si aggiunse per Barry Lyndon anche la colonna sonora: Vivaldi, Schubert, Mozart e soprattutto Händel dominarono in lungo e in largo questa pazzesca avventura umana.

Tra palazzi, battaglie e abiti, un’analisi spietata sulla società

A dare il volto a Redmond c’era lui, Ryan O’Neal. Scelta rischiosa. Aveva un carattere difficile, era un americano di origini irlandesi con una gioventù travagliata, boxe ed alcool sulla spalla, talento e una vita sentimentale agitata. Strano a dirsi, lui e Kubrick, due caratteri molto indocili, si intesero a meraviglia. Nessun altro attore avrebbe potuto essere credibile nei panni di questo ragazzo. Redmond comincia con un cocciuto romantico e ingenuo, e sarà protagonista di un’avventura incredibile, come spesso lo erano le vite degli uomini di allora. Fuggiasco, vittima di fuorilegge, soldato al servizio di Re Giorgio III e poi di Federico il Grande, disertore, spia, baro giramondo, parvenu nell’alta società, egli è eroe e canaglia, uomo a 360 gradi. Ma questo film, nelle mani di Stanley Kubrick è soprattutto un magnifico trattato storico, anzi il trattato storico definitivo sulla borghesia, perché bene o male a questa appartiene Redmond, che ne rappresenterà in toto pregi e difetti. Seguendo il suo mutamento, il suo diventare sempre più cinico, egoista, astuto, vediamo l’essenza di questa classe sociale, e assieme pure i suoi limiti.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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