Alla fine di una settimana complicata, in cui la Vergine Maria è stata tirata in ballo in decreti e proclami, approfondiamo che forma ha preso nella cultura la fascinazione più e meno devota per la Madre di Gesù

(foto: FRANCISCO LEONG/AFP/Getty Images)

Agosto, mese di Madonne – sia detto al plurale, perché fonte di evidenti divisioni. Ha segnato la settimana appena trascorsa di un’atmosfera marcatamente mariana l’illustrazione diffusa da padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà cattolica, in risposta all’approvazione del Decreto sicurezza bis: una Madonna che naviga alla deriva su di un gommone in mezzo al mare, mostrata a seguito dell’uso improprio che il ministro dell’Interno ha fatto della stessa. Matteo Salvini ha sfruttato la concomitanza dell’approvazione del decreto ringraziando la Vergine in occasione del suo compleanno: peccato che solo per i credenti della Madonna di Medjugorje il 5 agosto sia considerato il genetliaco di Maria, e che tra Medjugorje e il Vaticano le relazioni siano piuttosto complesse. C’è da pensare che il ministro in perenne campagna elettorale si volesse rivolgere a un determinato elettorato, fatto di invasati del miracolo e delle apparizioni sacre, che con Spadaro ha poco da spartire.

Questa è però in fondo l’alternativa: una Madonna jukebox per gli integralisti oppure una Madonna rete d’accoglienza per i migranti, occhi folgorati da un lato, e dall’altro misericordiose braccia aperte. La Madonna che invasa o quella che salva: queste due tipologie caratterizzano questo agosto già di per sé classicamente mariano. Non dimentichiamo infatti l’Assunzione ferragostana in arrivo la prossima settimana, e la quantità di processioni, palii, feste, in quella data in tutta Italia.

Maria non ha mai cessato di essere argomento e suggestione di libri e letteratura del Novecento e contemporanea, e anche da noi. “Signora il cui santuario sta sul promontorio”, assisa sugli scogli asciutti a pregare per chi sta affogando in mare, la descriveva, in consonanza con una Maria dei migranti di oggi, già il poeta della Terra desolata, T. S. Eliot, nei suoi Quattro quartetti composti negli anni Quaranta. Pier Paolo Pasolini ha dedicato pressoché negli stessi anni a una Maria madre e fanciulla, procace e casta assieme, alla quale si rivolge un figlio tormentato, istintuale e impudico, le poesie L’annunciazione e Litania, pubblicate poi nella raccolta L’usignolo della Chiesa Cattolica del 1958. Più tardi arriverà anche la pièce Interrogatorio a Maria dello scrittore, drammaturgo e omosessuale tormentato Giovanni Testori (ricordato soprattutto per Il ponte della Ghisolfa, la raccolta di racconti sulla periferia milanese che ispirò Visconti per Rocco e i suoi fratelli). E questo per citare solo alcuni esempi del Dopoguerra, perché potremmo infatti aggiungere Papini, Berto, Deledda, Tozzi, tra gli altri.

Ma Maria, non è solo braccia da interrogare. Lacrime e corpo – impressionante, andando a vedere la liturgia cattolica, come Maria sia stata brutalmente resa oggetto: Maria come Trono, come Arca dell’Alleanza… – è anche un feticcio, col sangue che sgorga dagli occhi come quello della Madonna di Civitavecchia.  Penso così alla prima prova da regista di Niccolò Ammaniti, nella sua serie tv Il Miracolo, dove una statuetta che stilla sangue viene rinvenuta non in una chiesa o in un tabernacolo di borgata, bensì nel bunker di un boss della ‘ndrangheta.

Ammanniti, l’autore Premio Strega di Come Dio comanda e del bestseller internazionale Io non ho paura, ci ha mostrato tra l’altro nella sua serie tv come un leader politico di un’Italia distopica che sta per uscire dall’Europa, Fabrizio Pietromarchi, apparentemente scettico e laico – nel caso del Salvini di qualche anno fa si sarebbe detto neopagano, visto il passato sulle rive del Po – venga totalmente folgorato dall’Evento. Maria è quasi un’icona horror, ha detto lo stesso Ammanniti in un’intervista a Vanity Fair e “sono sempre stato un appassionato dello splatter, dell’horror, di Stephen King”, ha aggiunto riferendosi all’autore americano. King, che nel suo recente Revival ha tra l’altro descritto una inquietante divinità infernale un po’ grottesca, una Grande Madre – The Mother of the Null, in inglese – che tormenta gli spiriti dei morti, causando però qualche perplessità e risatina nei suoi lettori più attenti.

Per ritornare ai libri italiani, e alla generazione di giovani Cannibali alla quale apparteneva anche Ammanniti, un certo tipo di trascorsi mariani sono stati rispolverati anche da Aldo Nove e il suo singolare poemetto-inno, Maria, uscito per la collana di poesia Einaudi nel 2007. Niente toni trash però: la Maria raccontata fin da bambina è una singolare sposa cosmica. “E più che una bambina era una stella. / Più che una stella era qualunque cosa. / Più di qualunque cosa era amorosa, / più di qualunque amore decorosa: / di tutto l’universo era la sposa”, per citare alcuni versi.  Sulla linea più giocosa delle apparizioni, ha contributo anche Matteo B. Bianchi, nel suo romanzo Maria accanto (Fandango), dove Maria appare a una ragazza di Lambrate e non ha niente da rivelare, ma richiede solo amicizia e una vita che non ha mai avuto. Mentre Michela Murgia ha usato la figura di Maria in un saggio di personale rivendicazione femminista intitolato Ave Mary (Einaudi, 2011).

Di recente, non possiamo non ricordare poi La luce prima (Isbn, 2011) di Emanuele Tonon, scrittore operaio e teologo raffinato, dove la fragile figura della madre emigrante calabrese andata al Nord con il figlio in fasce assume spesso le sembianze di una Madre alla quale il Figlio si rivolge, specie nel momento in cui la racconta dopo la scomparsa. Tonon è tra l’altro uno dei pochi in Italia a saper contenere ancora in generale l’argomento religioso e sacro nella propria prosa. Con lui penso a Demetrio Paolin e a Giulio Mozzi, che nel recente Favole del morire (Laurana) ha proprio accluso un’Ave Maria sui generis. O a Mariapia Veladiano, che alla Vergine ha dedicato proprio il suo Lei (Einaudi, 2017). Ma abbiamo anche forse da annoverare narratori di un Sud selvaggio e arcaico come Omar di Monopoli (penso a Nella perfida terra di Dio ma anche a Uomini e cani, pubblicati o ristampati da Adelphi) e Orazio Labbate (Suttaterra, Tunué), che a volte ci donano allucinanti apparizioni di icone mariane. Dimostrazioni di un culto duro a morire, specie sotto il solleone estivo italiano, che ci si trovi al mare – e perché no, al Papeete Beach di Milano Marittima – o su uno stradone di città.

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