Da Wired.it :

E dire che contribuiscono in modo sostanziale all’equilibrio degli ecosistemi in cui abitano. Prendiamo ad esempio ai tanti parassiti che influenzano il comportamento dei loro ospiti, spingendoli in molti casi ad azioni suicide per poter infettare creature più in alto nella catena alimentare, e proseguire così il loro ciclo vitale. Si potrebbe pensare ad un fenomeno marginale, e invece si tratta di un’attività che ha un impatto rilevante sulla disponibilità di cibo per molti animali.

Uno studio giapponese, ad esempio, ha calcolato che l’alimentazione delle trote del Giappone dipende quasi per il 60% dalla presenza nelle acque di insetti, come grilli e cavallette, che si lanciano nei fiumi sotto l’influsso di nematodi parassiti, che sfruttano il passaggio per raggiungere l’ambiente acquatico dove trascorrono la fase adulta della loro esistenza. A loro volta, le trote avendo a disposizione degli insetti terricoli nelle acque si cibano meno di alghe e invertebrati bentonici (quelli che abitano sul fondale), la cui biomassa risulta quindi aumentata, determinando differenze estremamente rilevanti nell’ecosistema, e un paesaggio estremamente diverso da quello che si osserva in aree in cui non ci sono i parassiti a spingere gli insetti nella bocca dei pesci.

Simile la situazione anche nelle paludi salmastre che si trovano lungo le coste della California. Qui sono dei platelminti (o vermi piatti), nome scientifico Euhaplorchis californiensis, a dirigere l’orchestra. Nelle acque paludose infettano inizialmente un tipo di lumache marine conosciute come horn snail, rendendole sterili. Cambiano quindi forma, per infettare pesci noti come killifish dagli acquariofili, si insinuano nel loro cervello e li spingono a nuotare a riva, dove diventano da 10 a 30 volte più facilmente preda degli uccelli marini, nel cui intestino i vermi depongono le proprie uova, che verranno espulse con le feci degli uccelli, raggiungeranno le acque della palude e daranno inizio, nuovamente, al loro ciclo vitale. Senza Euhaplorchis, ovviamente, l’aspetto di tutto l’ecosistema sarebbe molto diverso: con meno pesce a disposizione la biodiversità e la densità di uccelli acquatici sarebbe molto inferiore, e al contempo, la popolazione di lumache molto maggiore, e questo a cascata provocherebbe cambiamenti radicali nelle flora, e nella fauna, delle paludi salate.

Serve un cambio di rotta

Quelli che abbiamo citato ovviamente sono casi eclatanti. Ma anche quando non controllano direttamente i loro ospiti, i parassiti svolgono comunque un ruolo fondamentale, e a lungo sottostimato, negli ecosistemi del nostro pianeta. La scienza ha iniziato a comprenderlo solo negli ultimi decenni, e per questo sappiamo ancora troppo poco sui cambiamenti che potranno subire per effetto dei cambiamenti climatici. Per molte specie di parassiti (lo abbiamo visto), il futuro sembra sempre più a rischio. Uno studio del 2017, ad esempio, stimava che fino al 10% delle 457 specie analizzate dalla ricerca sono a rischio di estinzione entro il 2070, e che concentrandosi sui vermi parassiti rischiano l’estinzione (anche per effetto della co-estinzione dei loro ospiti) oltre il 30% delle specie.

Altre specie, invece, si troveranno probabilmente a prosperare in un ambiente sempre più caldo. Una metanalisi che ha analizzato 123 ricerche sulla presenza dell’Anisakis nella fauna marina, ha rivelato ad esempio che questo parassita è diventato sempre più comune tra il 1978 e il 2015, aumentando la sua presenza di circa 287 volte. Trattandosi di un nematode che causa una zoonosi, con conseguenze anche gravi, è chiaro che le conseguenze dei cambiamenti climatici sui parassiti del pianeta ci riguardano anche in modo molto diretto. E che forse è tempo di prenderne coscienza.



[Fonte Wired.it]