I problemi delle tesi “scientifiche” della dieta Life 120 di Panzironi


A partire dall’ultimo libro di Panzironi, “Vivere 120 anni – Le ricerche”, abbiamo dato un’occhiata agli studi scientifici che dovrebbero confermare la validità dello stile di vita proposto dal guru. Peccato che non lo confermino affatto

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(foto: Life120/YouTube)

Dopo che qui su Wired abbiamo affrontato il fenomeno Life 120 da diversi punti di vista – dai dettagli della dieta alla comunicazione pubblicitaria, passando per una ricostruzione dei fatti e i confronti con altri guru – c’è un punto fondamentale che resta ancora da raccontare: quanto c’è di scientifico nelle tesi sostenute da Adriano Panzironi?

Naturalmente sarebbe troppo comodo (e pure sbagliato) limitarsi a bollare come ascientifici i precetti del modello Life 120. Anzitutto, infatti, occorre capire fino a che punto si tratta di consigli di buon senso che sono tutto sommato supportati da evidenze cliniche, e dove invece si tratti di affermazioni e sparate più o meno campate in aria. E poi, soprattutto, bisogna ricordare che Panzironi stesso sostiene (in modo molto abile) che alla base delle proprie affermazioni ci siano ricerche e studi scientifici rigorosi, condotti negli ultimi anni da scienziati di diverse università in giro per il mondo.

Proprio per questo, le fondamenta su cui poggia tutto il sistema Life 120 sono state raccolte e organizzate dallo stesso Panzironi in un libro pubblicato nell’ottobre 2018, il cui titolo Vivere 120 anni – Le ricerche già rende palese quale sia l’intento del volume. Il sottotitolo, poi, chiarisce ogni eventuale dubbio sulla tesi di fondo: “Ricerche e studi scientifici che confermano le verità del libro – tutte le ricerche spiegate e commentate”, dove con libro qui ci si riferisce al primo bestseller targato Life 120, ossia Vivere 120 anni – Le verità che nessuno vuole raccontarti.

Cosa c’è nel libro Le ricerche

Edito da Welcome Time Elevator, che fa sempre capo a Panzironi, il libro è un tomo di 1.216 pagine “scritto in soli 90 giorni” che raccoglie 1.000 (sì, proprio mille) paper scientifici regolarmente pubblicati, i quali a giudizio dell’autore confermerebbero una volta per tutte la struttura della dieta, la bontà della formulazione degli integratori Life 120 e pure le innumerevoli storture e assurdità che oggi albergherebbero nei sistemi sanitari di tutto il mondo e in generale “nell’era moderna”.

In pratica, il testo si presenta diviso in 94 capitoli, ciascuno dei quali inizia con una paginetta descrittiva che in poche righe riassume un grande tema della medicina (“il diabete”, “l’obesità”, “i radicali liberi”, “l’Alzheimer”, “la depressione”,…) o le caratteristiche di un nutriente (“la cannella”, “la vitamina D”, “la curcuma”,…), a cui fanno seguito alcune pagine in cui vengono presentati mediamente una decina di articoli scientifici per volta, in modo che il totale di 1.000 venga effettivamente raggiunto.

Ciascun paper – e qui inizia la parte interessante – viene esposto attraverso una serie di informazioni: il titolo originale in inglese, gli autori (senza affiliazione), la data di pubblicazione, il link alla versione open access del documento, un Qr code per aprire il link direttamente dallo smartphone, una sintesi tradotta in italiano delle parti salienti del paper, un’ulteriore sintesi della sintesi sempre in italiano ma epurata dai tecnicismi, e un commento divulgativo di 2 o 3 righe scritto da Panzironi che sintetizza ancora una volta (ebbene sì) la sintesi della sintesi. Per completezza, per ogni paper viene mostrato anche il logo della rivista su cui è pubblicato, la data in cui il documento è stato consultato e una traduzione in italiano del titolo. L’impaginazione prevede due paper per ogni doppia facciata, uno sopra e uno sotto, con il testo più lungo a sinistra e il resto a destra.

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Due pagine del libro “Life 120 – Le ricerche”

Volendo sottolineare gli aspetti positivi di quest’opera, i due più evidenti sono senz’altro lo sforzo di fare riferimento a prodotti della ricerca scientifica accademica seria, anziché affidarsi a pseudo-esperimenti, e poi l’impostazione trasparente nel dare la possibilità a chiunque di recuperare la fonte originale dei documenti tramite il link o il codice Qr. Tuttavia, come vedremo tra poco, tutto ciò fa emergere anche i palesi limiti concettuali, metodologici e scientifici alla base del lavoro.

Gli enormi problemi di impostazione del libro

Partiamo dall’aspetto forse più marginale, ma allo stesso tempo emblematico: il libro è stato messo insieme in fretta (come ha dichiarato Panzironi stesso), ma decisamente troppo in fretta. Ad esempio, lo studio sulla “regolazione dell’inflammasoma Nlrp3” citato a pagina 268 ha come autore un certo “Roland”, (probabilmente il riempitivo in stile lorem ipsum dell’impaginazione) e come data di pubblicazione un impossibile “1 gennaio 2020”. Andando a recuperare il paper corrispondente (il cui link è corretto, invece), si scopre che la pubblicazione è del settembre 2015 e che la prima autrice è Christina Camell della scuola di medicina di Yale. Analoga sorte per il paper sull “ascorbato di sodio” citato a pagina 780: autore “Roland” e data di pubblicazione “1 gennaio 2020”, mentre si tratta di un documento uscito nel novembre 2016 e avente come primo autore Pinar Avci del Massachusetts General Hospital.

Oltre a una totale assenza di apici e pedici, nonché di uniformità nei segni di interpunzione, alcune delle sintesi sembrano tagliate (o per lo meno si concludono con una virgola, come a pagina 835), mentre altre hanno due volte il punto di fine frase (pagina 837). Senza stare a sottolineare ogni singolo difetto (anche perché il libro è molto voluminoso), si nota però una scarsa cura dei dettagli, ed è improbabile che il testo sia passato sotto l’occhio attento di un correttore di bozze prima di andare in stampa.

Se quelle presentate finora sono questioni puramente estetiche e formali, ben più rilevanti sono invece gli aspetti sostanziali riguardanti i contenuti. Per prima cosa, siamo davanti a un operazione di cherry picking all’ennesima potenza: il processo di selezione delle sole prove a sostegno di una tesi predefinita, ossia quella di Panzironi e Life 120, è evidente su più livelli. Non è chiaro infatti con quale criterio siano stati selezionati gli studi, ed è plausibile che l’unica ratio sia stata quella di selezionare articoli in linea con quanto si vuole confermare, eliminando di netto tutti quelli in antitesi o che lascerebbero spazio a una visione più complessa della realtà.

Ma non solo: nelle molteplici operazioni di sintesi successive, anche il paper stesso viene filtrato in modo da far emergere solo ciò che fa comodo. Non si spiega altrimenti, infatti, come mai il testo di partenza riportato per ogni ricerca sia a volte ricavato dall’abstract, a volte dall’introduzione, a volte dalle conclusioni e molte altre volte ricostruito componendo dei pezzetti di testo presi qua e là nel paper. Anche ammettendo che la traduzione dall’inglese all’italiano sia ineccepibile, le successive sintesi rimuovono ulteriormente le complicazioni dal testo, fino ad arrivare al commento finale, che in poche parole riassume un solo concetto chiave affermando sempre che “questo studio conferma [una delle tante tesi di Life 120]”. Naturalmente in tutto ciò spariscono alcune importanti indicazioni date dai ricercatori nello studio originale, come ad esempio che si tratti di un’analisi ancora preliminare, di uno studio in vitro, di una ricerca condotta su modelli animali o di un risultato controverso. Addirittura, in alcuni casi sono state omesse le parti che avrebbero indebolito la tesi di Panzironi, lasciando solo quelle più opportune.

In termini d’insieme, poi, in tutto il libro non si parla quasi mai di dosi, concentrazioni e quantità, e tutta la discussione termina al livello di questo fa bene, questo fa male, di questo è meglio averne di più oppure di questo è meglio di meno. Per non parlare delle estrapolazioni e delle generalizzazioni: risultati ricavati su animali che vengono applicati direttamente all’uomo senza ulteriori spiegazioni, cambiamenti di contesto passando da studi relativi alla somministrazione di farmaci a consigli sulla dieta, ricerche di laboratorio su singole cellule che vengono usate per sostenere un cambiamento nello stile di vita, risultati validi per una ben precisa categoria di pazienti che vengono presentati come universali, e così via.

Non necessariamente ciò significa che i commenti di Panzironi siano sempre e tutti sbagliati. Quando si sostiene che gli omega 3 possano avere effetti positivi, o che la vitamina C possa avere un’azione antivirale, si tratta di tesi (comunque da valutare) non certo esclusive di Panzironi. Allo stesso modo, va detto che gli studi di partenza hanno sempre una buona solidità scientifica, ma poi occorrerebbe valutare di volta in volta quali siano stati sintetizzati in modo scientificamente sensato e quali altri siano stati travisati o generalizzati in modo improprio. Tra l’altro le ricerche non sono affatto catalogate in base alla propria rilevanza scientifica, ossia un singolo caso di studio viene trattato al pari di una revisione sistematica, e un paper uscito su una rivista prestigiosa gode dello stesso spazio e della stessa attenzione di altri assai meno rilevanti.

Infine, va detto che l’utilizzo di paper estremamente tecnici, l’abbondanza di termini e sigle specialistiche, nonché la complessità degli argomenti e della struttura delle sintesi, rendono la lettura del libro molto complicata per chiunque non sia un addetto ai lavori. Se non si possiede una solida formazione in ambito sanitario, infatti, molti dei testi risultano di fatto incomprensibili. A meno che non ci si limiti a leggere il mini-commento di Panzironi senza guardare davvero la parte scientifica, che probabilmente è proprio ciò che la struttura del libro invoglia il lettore a fare.

Ma che cosa dicono gli scienziati chiamati in causa?

Se nel volume sono raccolti 1.000 paper con tanto di autori, ciò significa che di fatto Panzironi basa il proprio fondamento scientifico sull’opera di qualche migliaio di scienziati sparsi per il mondo. Wired ha allora identificato un piccolo gruppo di ricercatori italiani citati nel libro e che potessero sapere chi fosse Panzironi, e li ha contattati per chiedere se davvero il loro studio possa essere considerato una “conferma scientifica” della dieta e dello stile di vita Life 120.

E cosa abbiamo scoperto? Anzitutto, che nessuno di loro è stato contattato prima di essere inserito nel libro, né era a conoscenza (fino alla nostra richiesta di intervista) di essere stato citato da Panzironi. In pratica, dunque, Wired ha contattato dei testimonial scientifici inconsapevoli di Life 120, usati come “prova” della dieta a loro totale insaputa. Chi ha accettato di rispondere alle nostre domande ha comunque preferito dare la propria testimonianza in forma anonima, anche per evitare (per ora) il coinvolgimento diretto della propria istituzione accademica di riferimento.

Tutti gli intervistati hanno dichiarato che non ritengono che il proprio lavoro possa essere generalizzato e considerato una conferma di Life 120. In particolare, uno di loro ha detto che “il claim è sproporzionato rispetto all’abstract che viene menzionato, il quale tra l’altro nulla ha a che vedere con il tema trattato o i benefici promessi, nemmeno indirettamente”, mentre un altro intervistato ha sottolineato che in relazione al paper di cui è primo autore pure “la traduzione risulta non del tutto completa e precisa“.

Oltre alle valutazioni di metodo e sul cherry picking già raccontate, sono state messe in luce “l’assenza di una valutazione critica del materiale”, “l’impressione di una traduzione automatica dei contenuti” e che alcuni dei paper sono indubbiamente di valore ma già vecchi, nel senso che ci sono pubblicazioni più aggiornate sugli stessi temi a cui sarebbe più corretto fare riferimento. Il tutto combinato con la scorrettezza del valutare un contenuto scientifico estrapolando solo una parte del testo, e con la mancanza di una qualsivoglia prova diretta e scientificamente rilevante a supporto delle promesse della dieta Life 120. Ma di questo avevamo già parlato.

Infine, alcuni scienziati si sono detti così disinteressati al caso Panzironi da non voler nemmeno commentare il proprio coinvolgimento, mentre altri hanno affermato di non aver gradito l’inserimento del proprio lavoro nel libro o di ritenerlo “profondamente improprio”, soprattutto in termini di modo di presentarlo e di finalità.

Il campione di intervistati è probabilmente troppo piccolo per trarre conclusioni generali (anche se c’è una certa uniformità nelle risposte), ma perlomeno fa sorgere una serie di quesiti. Quanti degli scienziati citati sono consapevoli dell’inserimento di un proprio paper all’interno del libro? (Se non lo sono quelli italiani, risulta difficile pensare che lo siano quelli cinesi, indiani o svedesi.) Quanto la traduzione, la sintesi e il commento dei paper sono fedeli al loro vero contenuto scientifico, e quanto invece è stato presentato in modo diverso rispetto a ciò che gli scienziati stessi avrebbero detto del proprio lavoro? Sono queste traduzioni in libertà, dunque, le verità che nessuno vuole raccontare, come le chiama Panzironi? Cosa direbbero gli scienziati chiamati in causa, e le loro istituzioni scientifiche di appartenenza, se fossero a conoscenza di questo endorsement a loro insaputa? In altri termini, è un po’ troppo comodo fregiarsi del sostegno di qualcuno con una citazione occulta (ossia non comunicata) senza chiedere a quel qualcuno se davvero intenda sostenerti e sia d’accordo con te.

Orac o non Orac?

Tra le varie questioni scientifiche che potrebbero essere sollevate a proposito dei tanti claim di Life 120, ce n’è una che merita un piccolo chiarimento. Spesso infatti nella comunicazione compare la parola Orac, che è sia il nome di uno degli integratori (Orac Spice, da 39 euro a flacone) sia un’unità di misura del “potere antiossidante” dei cibi. In effetti Orac è una acronimo che significa proprio Oxygen radical absorbance capacity, ma ciò che viene omesso è che è stata scientificamente eliminata come unità di misura fin dal 2012.

In sintesi, mancava (e tutt’ora manca) l’evidenza scientifica che il valore in Orac di un alimento sia effettivamente legato al potere antiossidante una volta ingerito. Oltre a questa mancanza di prove sperimentali, che è decisiva, l’Orac aveva poi un problema di mancanza di accordo univoco su come dovesse essere definito, e un limite pratico di misurabilità: il valore numerico infatti, dipendeva criticamente dalla quantità d’acqua contenuta in un cibo, dunque uno stesso alimento in forma idratata o disidratata aveva un contenuto in Orac molto diverso. Le spezie, che sono indubbiamente protagoniste di Life 120, hanno infatti un valore in Orac molto alto proprio per via del loro scarso contenuto d’acqua, ma ciò non dice granché sul loro effettivo potere antiossidante.

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