Negli ultimi 60 anni è stato detto di tutto su I pugni in tasca di Marco Bellocchio, uno dei debutti più importanti della storia del cinema del Novecento perché capace di creare una frattura tra prima e dopo. Nella fattispecie il titolo è riuscito a distaccarsi dal neorealismo italiano e dalla Nouvelle Vague francese, pur facendo enormemente tesoro delle lezioni provenienti da entrambe le correnti, appropriandosene per dar vita a qualcosa di mai visto fino a quel momento.
Non è un caso che fin dalla sua uscita il film fu piuttosto divisivo, criticato anche da nomi di spicco del mondo del cinema dell’epoca – come Michelangelo Antonioni o Luis Buñuel – e rifiutato dal Festival del Cinema di Venezia. D’altro canto il lavoro del cineasta di Bobbio fu apprezzato tra le giovani leve – come Bernardo Bertolucci –, incensato da intellettuali d’avanguardia come Pier Paolo Pasolini (famoso il suo scambio epistolare proprio con Bellocchio) e financo premiato al Festival di Locarno.
Il motivo sta nella sua natura estremamente provocatoria e iconoclasta, nelle sue mire antiborghesi e nella sua capacità di farsi manifesto generazionale portando al punto di rottura l’attacco verso le istituzioni dell’Italia del Secondo dopoguerra, concentrandosi sulla destrutturazione della famiglia, la prima tra tutte la forme sociali. Essa è infatti adoperata come metafora di una più ampia comunità disfunzionale, che cresce figli pieni di nevrosi croniche.
Primo indizio in questo senso è il nome originale della pellicola, “Epilessia”, malattia neurologica che afflige sia il protagonista Alessandro e sia il fratello Leone, quest’ultimo affetto anche da un deficit cognitivo altamente invalidante. La patologia è la manifestazione violenta e spettacolare di una condizione collettiva psicotica che schiaccia il singolo più debole e sensibile. Intorno al giovane con il volto di Lou Castel ci sono ambienti abitati da persone a loro volta contagiate dai valori stringenti della provincia del Bel Paese: dalla sorella Giulia, intrisa di pulsioni incestuose e capace solo di relazioni morbose, alla madre, vedova e cieca come la sua fanatica devozione agli insegnamenti cattolici, passando per Augusto, espressione misera e decadente della realizzazione borghese eppur frenato dal peso famigliare.
La condizione di Alessandro è così drammatica e alienante che l’unica cosa che può sperare per sé è una libertà per interposta persona, consistente nell’alleggerire suo fratello maggiore, anche ricorrendo all’extrema ratio. Una prospettiva suadente quando i pensieri di morte prendono il sopravvento in una mente intrappolata nello spazio e nel tempo, scandito da rituali ossessivi tipici della famiglia descritta nella pellicola. Una famiglia chiusa all’interno di una coazione a ripetere senza soluzione di continuità, che condanna all’immobilismo e funge da causa di uno sviluppo psichico difettoso.
Il bambino invisibile e il bambino eroe
A tal proposito I pugni in tasca affronta con grande efficacia anche l’aspetto dell’infantilismo tipico di un nucleo disfunzionale. Bellocchio lo delinea alla perfezione nei ricatti emotivi tra i personaggi – specialmente da parte della madre con handicap, che accudisce e stritola -, nel costante tentativo di soddisfacimento di desideri pruriginosi o comunque di tensioni sessuali profondamente immature, nelle esplosioni di aggressività improvvise e addirittura nella traduzione visiva dell’invischiamento, creando una disorganizzazione anche nell’uso della struttura architettonica nella casa da parte dei suoi inquilini.


