“Sono già stati raccolti 7 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza”, ha continuato il presidente, citando il contributo di Kazakistan, Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan e Kuwait. A questi, si aggiungeranno 10 miliardi stanziati dagli Stati Uniti. Lo United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs sta “raccogliendo 2 miliardi di dollari a sostegno di Gaza. So che anche la Cina sarà coinvolta e penso che lo sarà anche la Russia”, ha proseguito Trump, anticipando un coinvolgimento dell’Asia nella raccolta fondi con una conferenza futura in Giappone.

Questo è il multilateralismo secondo Trump. La sua personale versione, che ha le sembianze di una grande azienda della pace a conduzione familiare – il genero Jared Kushner è presente nell’executive board – in cui l’amministratore delegato è vertice indiscutibile, senza i pesi e contrappesi propri di ogni istituzione democratica. “L’unico limite è la mia moralità” è la frase con cui Trump aveva risposto a chi gli chiedesse conto della sua linea su Venezuela e Groenlandia, sembra applicarsi anche a questo caso.

La prima riunione del board nell’edificio federale esautorato dal Doge

L’edificio che ospiterà la riunione del Board of peace è la storica sede del United States institute of peace (Usip), istituito nel 1984 dal Congresso come ente indipendente per promuovere la prevenzione dei conflitti e la risoluzione pacifica delle crisi internazionali. La sua autonomia, però, è stata messa in discussione nel 2025: il dipartimento per l’Efficienza governativa (Doge), l’ente che è stato guidato da Elon Musk, ha tentato di assumere il controllo fisico della sede, impiegando la polizia per rimuovere il personale e scatenando una battaglia legale.

Nello specifico, l’attuale amministrazione aveva giustificato i suoi attacchi all’Usip sostenendo che l’istituto, pur finanziato dal Congresso, fosse parte di quella “burocrazia federale” da ridurre o eliminare seguendo la politica dell’efficienza e che la sua autonomia e il suo mandato di pace interferissero con l’agenda presidenziale.

Un’argomentazione che includeva l’idea che il controllo esecutivo su organizzazioni di politica estera e l’accentramento assoluto delle attività diplomatiche fossero essenziali per una conduzione efficace della politica estera e che, secondo i critici, non teneva conto del fatto che l’Usip era stato creato dal legislatore con un mandato indipendente. Tuttavia, a metà dello scorso anno, un giudice federale ha dichiarato nulla e priva di effetto la presa di controllo, reintegrando i dirigenti dell’istituto.

Nonostante ciò, a dicembre 2025 l’edificio è stato ribattezzato Donald J. Trump institute of peace, con la Casa Bianca che ha motivato la scelta come tributo al ruolo di Trump nella mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, suscitando critiche dei dirigenti e osservatori, secondo cui il gesto è “un insulto oltre l’offesa” rispetto alla storia dell’Usip. Il palazzo, da simbolo di diplomazia, è diventato così un epicentro di tensioni tra potere esecutivo e autonomia istituzionale. Un contesto emblematico per un luogo che ha ospitato la prima riunione del Board of peace, “la diplomazia senza diplomatici”, come l’ha definita il quotidiano New York Times.

Lo statuto del Board of peace: discrezionalità senza contrappesi

Quando Trump ha portato il Board of peace sullo scenario internazionale, lo scorso 22 gennaio al World economic forum di Davos, lo ha descritto come un passo “in avanti nella storia delle relazioni globali”. Alla firma del documento c’erano i rappresentanti di una ventina di paesi – tra cui Turchia, Indonesia, Egitto e Arabia Saudita. Già in quell’occasione la sostanza dello statuto ha sollevato alcune questioni. Lo European council on foreign relations (Ecfr) ha parlato di “giungla” commentando il passaggio in cui si parla del Board come di “un organismo per coordinare stabilità e pace nelle aree afflitte da conflitti”, senza limiti geografici espliciti, lasciando aperta la possibilità che si estenda ben oltre il mandato iniziale su Gaza.

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