Il Comitato nazionale per la bioetica, con molta fatica, distingue suicidio assistito ed eutanasia


Il presidente D’Avack presenta un documento che fa ben sperare, ma precisa: “Non è un’apertura alla legalizzazione, abbiamo voluto fare chiarezza ed esporre tutti gli argomenti, pro e contro”

Il Comitato nazionale per la bioetica ha pubblicato pochi giorni fa un parere sul suicidio assistito. Il pretesto è il caso Marco Cappato/Dj Fabo. L’anno passato l’ordinanza 207/2018 della Corte costituzionale in risposta a quella della Corte d’Assise aveva rimesso la questione al Parlamento. La buona notizia è l’orientamento più o meno positivo: possiamo insomma decidere della nostra vita. Forse non dovrebbe essere una notizia ma è saggio accontentarsi.
Quella cattiva riguarda invece i metodi e alcune abitudini cui il Comitato sembra essersi affezionato.
A cominciare dagli “orientamenti divergenti” che a volte somigliano a una votazione (si veda a pagina 4). E quello che non va nelle votazioni rispetto ai diritti di libertà è abbastanza facile da capire: se esiste un diritto che mi dà la possibilità di esercitare la mia libertà senza investire diritti altrui, per quale ragione il parere di qualcun altro dovrebbe avere importanza? La decisione di curarsi, di smettere di curarsi e di interrompere la mia vita è tipicamente un diritto di questo tipo. Che poi questa sia una questione “fra le più controverse del dibattito bioetico attuale nel nostro Paese” ci dice molto sul dibattito indigeno e sulla capacità di analizzare i problemi.

Malgrado queste divergenti posizioni, il Comitato è pervenuto alla formulazione di alcune raccomandazioni condivise, auspicando innanzi tutto che in qualunque sede avvenga – ivi compresa quella parlamentare – il dibattito sull’aiuto medicalizzato al suicidio si sviluppi nel pieno rispetto di tutte le opinioni al riguardo, ma anche con la dovuta attenzione alle problematiche morali, deontologiche e giuridiche costituzionali che esso solleva e col dovuto approfondimento che esige una tematica così lacerante per la coscienza umana”.

Senza voler essere troppo spartana, mi domando: ma se io non voglio più vivere perché la mia malattia è incurabile e per me insopportabile, perché dovrei stare a sentire le opinioni altrui? L’idea che il legislatore dovrebbe “mediare e bilanciare i diversi valori in gioco” è un modo gentile di dire che dobbiamo fare una specie di referendum sulla mia libertà. E questa convinzione sembrerà forse innocua a qualcuno, ma non lo è affatto.

Ma vediamo alcuni dei passaggi più contestabili del documento. L’idea che si possa disporre della propria vita solo “nel sacrificio di sé per salvare vite altrui” è legittima se applicata a chi è convinto di questa gerarchia di valori. A essere intollerabile è la presunzione che possa essere una legge universale.
La vulnerabilità di chi è malato non dovrebbe diventare una scusa per contestare la condizione principale dell’esercizio della nostra libertà: la capacità di capire le conseguenze delle nostre decisioni (è una strada che alcuni hanno tentato anche con Piergiorgio Welby, e il risultato è stato ovviamente l’opposto di quello desiderato: Welby era evidentemente molto più lucido di chi gli contestava la sua capacità di decidere e capire).

Le decisioni di non voler più vivere in certe condizioni non dovrebbero essere così controverse. L’aspetto forse più complicato riguarda il coinvolgimento di altri e potrebbe essere una occasione per discutere razionalmente dei doveri del medico, non solo della sua coscienza. La soluzione immaginata a pagina 17 è molto insoddisfacente: “Ciò significa che l’attuazione dell’aiuto al suicidio medicalizzato può aversi solo nei casi di concordanza tra la volontà del paziente che chiede di essere aiutato a porre termine alla propria vita e la volontà del medico disposto ad assecondare la richiesta del paziente”.
Quanto al pendio scivoloso, forse dovrei cominciare ricordando che non è una metafora ma una fallacia. La forma di questo errore molto comune è: “se ammetto A, allora succederà B”. E se ci aggiungiamo un “signora mia”, l’effetto è certamente spaventoso ma l’argomento rimane erroneo. E non sarebbe la prima volta che siamo spaventati dai pericoli sbagliati.

E arriviamo alle posizioni etiche e giuridiche dei vari membri (da pagina 21). “Alcuni membri del CNB si oppongono al suicidio medicalmente assistito sia sul piano etico che su quello giuridico, e convergono nel ritenere che la difesa della vita umana debba essere affermata come un principio essenziale in bioetica, quale che sia la fondazione filosofica e/o religiosa di tale valore”. Come ho già detto, tutto bene finché è la vostra vita. Sulla mia non dovreste essere voi a decidere. L’idea che se avessi buone cure palliative non chiederei mai di morire è ingenua e paternalistica.
Le cure palliative, le terapie del dolore e l’assistenza medico-psicologica alla fine della vita (oltre auspicabilmente alla vicinanza umana solidale) sono in grado di prevenire efficacemente le richieste suicidarie e garantiscono il fondamentale e prioritario diritto di ogni malato ad essere curato e preso in cura, anche nel contesto di situazioni patologiche gravissime o di fine vita”. Non si può giustificare la limitazione dell’autodeterminazione invocando l’inadeguata assistenza sanitaria (che è un problema serio, ovviamente, ma non può essere usato come una scusa).
È ovvio che ci debbano essere delle condizioni e delle procedure. La questione è ammettere la possibilità che siamo diversi e che abbiamo reazioni diverse al dolore e ai vari trattamenti. Non può esserci insomma una decisione valida per tutti. Per questo motivo la libertà è preferibile alla teocrazia e a qualsiasi altra forma di imposizione giustificata da gusti e credenze personali.

Alcuni passaggi sono davvero oscuri.
Altri membri ritengono che, sul piano bioetico e su quello biogiuridico, nelle tragiche situazioni prese in considerazione in questo documento – malati affetti da una patologia irreversibile, con sofferenze fisiche e psichiche non trattabili o ritenute assolutamente intollerabili, capaci di prendere decisioni libere e consapevoli ma non in grado di far cessare da soli la propria esistenza – l’utilizzo del termine suicidio (medicalmente assistito) sia in verità improprio. Il suicidio è un attacco letale alla vita di sé e in queste drammatiche vicende concrete non si vuole in realtà ‘uccidere se stessi’, ma liberarsi da un corpo che è diventato una prigione”.

Nelle postille c’è il meglio. Francesco D’Agostino lamenta la freddezza burocratica della dossografia (chissà se equivale al tentativo di argomentare e di fornire dati invece di verità rivelate) e ricorda la tesi di Camus secondo cui l’unico problema filosofico serio è il suicidio. Ci sarebbe da sorridere se poco dopo non leggessimo che “esempio estremo di tale burocratizzazione è la triste vicenda dell’adolescente olandese Noa Pothoven, che, affetta da un dolore psichico di altissima intensità (ma di cui però nessuno ha negato la ‘trattabilità’), si è lasciata morire, senza che intervenissero – come sarebbe stato bioeticamente doveroso – adeguate contromisure mediche, affettive, familiari”. L’improntitudine di affermare l’assenza di interventi è talmente imbarazzante da non meritare alcun commento.

Assuntina Morresi non ha ancora digerito la legge sul Consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento (219/2017) e non si è rassegnata al carattere medico della nutrizione e idratazione artificiali – evidentemente dimentica che è necessario firmare un consenso informato e che spesso la procedura richiede un buco in pancia per far passare il tubo e il liquido nutritivo (l’alternativa è un sondino nasogastrico, non meno problematico anche per una concezione molto elementare dell’habeas corpus). Se poi bastasse negare il carattere medico di una pratica per impormela, possiamo suggerire a Morresi di istituire un Ministero per le vacanze intelligenti e guai a partire per destinazioni che non siano approvate.
Nella postilla di Maurizio Mori c’è un commento condivisibile sulla questione della obiezione di coscienza, usata spesso a sproposito nel dominio sanitario.

Rimane in sospeso la solita domanda: se ho un diritto o la libertà di ricorrere a un servizio, se quel servizio richiede l’intervento di un operatore, se quell’operatore può sottrarsi dal garantirmelo (qualsiasi sia il nome che voglia dare a questa possibilità), di quel diritto e di quella libertà cosa rimane?

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