C’è il rischio concreto che uno dei film italiani scritti meglio, pensati meglio, recitati meglio e diretti meglio (sicuramente musicati meglio) di quest’anno sia uno dei più leggeri: Il dio dell’amore di Francesco Lagi, scritto con Enrico Audenino e con le musiche di Stefano Bollani. Un film romantico e senza nessuna pretesa autoriale esposta, che fa il vero lavoro del cinema.
Tutto inizia come un film brutto e banale degli anni Sessanta: con una versione moderna del poeta Ovidio a Roma, tra i monumenti, che pontifica sull’amore eterno. Se non lo interpretasse Francesco Colella, uno dei migliori attori emersi in questi ultimi anni (sempre grazie a Lagi), sarebbe già smielato e fastidioso, invece è un inizio che attira perché nulla è come ci si aspetterebbe. Non lo sono queste riprese di Roma, la città più filmata del cinema italiano, non lo è l’interpretazione e non lo è il tono impostato dalle musiche. È l’annuncio di un film che si rifà ai classici del cinema romantico americano, i film in cui New York è usata come lo sfondo perfetto per le storie d’amore moderne, e tante trame di personaggi diversi si incrociano, tutti in cerca di un amore. Solo che nemmeno questo è così.
Siamo introdotti rapidamente a un cast molto ampio di personaggi, tutti collegati da un sentimento e da un’attrazione. Chi desidera senza essere corrisposto ma è amato da un’altra persona, che a sua volta ha un amante che trascura, il quale pure vorrebbe una storia più stabile ma è infedele oppure sogna di tornare con la sua ex, se non fosse che questa già ha incontrato un’altra persona… Capiamo che ogni personaggio ha dei problemi di cuore con una persona che desidera tantissimo riuscire ad amare, come si conviene al genere, ma tutti hanno anche un secondo problema con un altro personaggio a cui sono legati da un sentimento che vorrebbero allentare. Tutto in armonia con Roma: una trama si svolge nel quartiere delle Olimpiadi del 1960, un’altra più in periferia, una più in centro, una tra palazzoni, un’altra ancora addirittura è innescata lanciando una moneta nella fontana di Trevi.

