Dieci anni per Il libro della giungla di Jon Favreau, per quello che è e rimane il più bel Live Action Disney di sempre. Lo è stato per equilibrio, per profondità, estetica, per come ha saputo trattare le tematiche più importanti dell’opera originale e superare i limiti che il film del 1967 non poteva non avere. Fu però purtroppo un trionfo che non ha insegnato nulla, con i tragici risultati venuti in seguito.
Ti bastan poche briciole, lo stretto indispensabile
Quando Il libro della giungla uscì in sala, esattamente 10 anni fa, seppe far gridare al miracolo, al capolavoro. Jon Favreau era stato capace di superare ogni scetticismo, aggirare ogni ostacolo, creando non solamente una versione esteticamente più potente del Classico del 1967, ma affrontando tematiche importanti, senza farsi schiacciare dall’ambiguità del lascito letterario di Rudyard Kipling, ai nostri occhi sovente controverso. Il libro della giungla uscì nel momento in cui la Disney aveva cominciato da poco il suo nuovo corso dei Live Action. Oggi questa scelta viene descritta da molti come legata alla mera necessità di rinnovare i diritti, così come di avere facili guadagni cavalcando l’effetto nostalgia. Facile oggi disprezzarli tutti, ma molti non si ricordano come l’inizio di tutto questo fosse stato sfavillante. Solo l’anno prima la Disney ci aveva donato un’altra perla, ancora oggi da molti indicata assieme al film di Favreau come un vero capolavoro: Cenerentola di Kenneth Branagh.
Non si trattava anche qui di un semplice remake, ma di una rilettura fedele più all’originale letterario. Fu comunque moderna per ritmo, atmosfera e caratterizzazione dei personaggi, ma senza diventare uno di quegli sgraziati monumenti ad una decostruzione senza prigionieri che gli altri Live Action sarebbero stati. Maleficent, L’apprendista stregone, Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton, tra alti e bassi avevano però dimostrato due cose: la volontà di legarsi ad una visione autoriale vera e una grande cura per la dimensione estetica. Il libro della giungla rappresentò l’apice di tale processo. A leggerla oggi questa frase, dopo certi disastri, viene da sorridere, ma la Disney di allora sapeva ancora stupirci. Jon Favreau fu però fondamentale. Ancora oggi molti magari ignorano che a lui, in qualità di sceneggiatore, regista, produttore, dobbiamo alcuni dei migliori titoli che Marvel Cinematic Universe e Star Wars ci hanno offerto sul piccolo e grande schermo.
Il libro della giungla però, è stato senza ombra di dubbio il suo apice, nonché uno dei film di intrattenimento più belli del decennio scorso. Lo è stato grazie alla sua visione, alla sceneggiatura di Justin Marks, all’incredibile caratura estetica. Il libro della giungla, convertito in 3D in fase di post produzione, unì la motion capture con la CGI più innovativa che si potesse immaginare. Mai, prima di allora, la giungla era stata rappresentata in modo così ricco, vivido, con un world building che andò oltre la classica antropomorfizzazione della Disney, creando una perfetta via di mezzo in grado di rendere ancora più potente e credibile la storia di questo bambino. Mowgli è allevato da lupi, orsi, pantere, è protagonista di un racconto di formazione tra i più incredibili. Favreau si pose a metà tra il concetto di remake, con il recupero dei momenti più esaltanti e iconici del Classico, e la volontà di abbracciare una narrazione profonda, matura, in grado di affrontare tematiche politiche, esistenziali, attuali e scottanti.
Il volto del piccolo Neel Sethi (un Mowgli davvero eccezionale) è sempre al centro di questo universo in cui ogni animale, amico o nemico che sia, diventa metafora dei pregi e difetti dell’uomo, della società. Oggi, nel 2026, possiamo tranquillamente accettare il fatto che per diversi aspetti, Rudyard Kipling avesse una visione incredibilmente razzista, paternalistica e sbagliata concettualmente della colonizzazione, dell’imperialismo britannico e di ciò che causò in buona parte del globo, soprattutto durante l’era vittoriana. L’Inghilterra trattò popoli e paesi con una crudeltà non poi tanto differente da quella con cui Idris Elba caratterizza in modo eccezionale il suo Shere Khan. In quel 2016 fu difficile non dare ragione a questa terribile tigre quando accusava l’uomo di essere una calamità per la natura. Ma è e rimane un villain, tanto più terrificante perché infaticabile, astuto, assolutamente convinto di essere nel giusto quando decide che Mowgli deve essere tolto di mezzo.



