Come si prepara il bob giamaicano alle Olimpiadi
Poi, finalmente, arriva il momento che tutti vedono: la discesa. Ogni dettaglio sposta decimi: aerodinamica, peso, distribuzione. E soprattutto la partenza: sincronizzazione, angolo, forza sul manubrio. Una coreografia millimetrica che può spostare gli equilibri. o spiega Chris Stokes, presidente della federazione di bob giamaicana e tra i quattro di quella mitica squadra, con una metafora pop: “Negli anni il design dei bob è migliorato un po’ alla volta… È un po’ come passare da iPhone 16 a 17. Non è un salto enorme, ma è un adeguamento importante.”
Negli ultimi due anni, dice, molti produttori hanno lanciato nuove versioni non solo per vendere: “Si è imparato moltissimo su aerodinamica, peso, distribuzione e su come il bob scorre su piste diverse. Quindi, di fatto, sono state fatte modifiche anche al design del mezzo.”
La logica è semplice, brutale, ripetitiva: se in curva generi più pressione, esci più velocemente. Se in partenza spingi meno, quel vuoto te lo porti dietro per tutta la discesa. Solo che lo fai a 130 all’ora. È l’ossessione di ogni sport di misura — misuri, migliori, ripeti — ma amplificata da velocità e rischio.
Cortina: una pista nuova, un’incognita collettiva
Milano Cortina, però, introduce un elemento inedito: la pista. Perché quella di Cortina è nuova, realizzata ad hoc per i Giochi. All’inizio tutti partiranno da zero (o quasi): studieranno i disegni, faranno poche discese di test, proveranno a ricostruire le curve con la fisica e con quello che il bob “dirà” sotto le mani. E qui torna la tecnologia, ma anche i suoi limiti. Stokes parla di simulazione come di un futuro necessario: “Le attività di simulazione che abbiamo oggi non sono come vorremmo… però è lecito immaginare che se si può imparare a pilotare un aereo o guidare una macchina con un simulatore, si può fare qualcosa di molto simile anche col bob.”


