L’idea come sempre nei film Blumhouse è buona, e visto che a produrre c’è anche James Wan (l’uomo che si inventò Saw, Insidious e L’evocazione) non ha paura di mettere in scena immagini ributtanti. Lo schifo, il respingente e il doloroso sono un tamburo che batte per tutto il film e, se si ha quel gusto lì, consente di superare anche le parti più ridicole. Sono per esempio quelle in cui la bambina mummificata torna a casa e sembra di vedere la puntata dei Simpson con il gemello cattivo di Bart in soffitta. Oppure quelle con la poliziotta egiziana che indaga e si comporta come i poliziotti americani, si veste come i poliziotti americani, mangia davanti al pc come i poliziotti americani e spara a chiunque come i poliziotti americani.

Per fortuna più Lee Cronin – La mummia procede e più emerge Lee Cronin, cioè lo sceneggiatore e regista che si è guadagnato il nome nel titolo non certo per fama e status (i suoi film precedenti non sono stati propriamente dei successi), ma solo perché la Warner aveva un gran bisogno di far capire a tutti che non si tratta dei reboot o dei sequel dei film della serie La mummia con Brendan Fraser. Cronin non è un grande sceneggiatore ma almeno è pieno di idee da horror, e sa divertirsi.

Il nuovo film de La mummia non è quello che pensate e quando si mette a fare paura ci riesce sul serio

Warner

Questo rende tutto più accettabile e il caos che scoppia durante il funerale della nonna, con più personaggi e più cose orrende che vanno avanti contemporaneamente, scatena quel senso di possessione di una casa intera classico dei film Blumhouse. Anche una microcitazione della colonna sonora di Shining proprio in un momento in cui quel che accade sembra essere Shining al contrario, non suona ridicola o pretestuosa e anzi svela come alla fine, di tutta la famiglia coinvolta nella storia, sia il padre il vero protagonista. È lui quello che non c’era quando la bambina fu rapita, è lui che indaga per capire cosa sia successo ed è lui che, nonostante una fastidiosa somiglianza con Seth Rogen, prende in mano la situazione.

Non sarà difficile a un certo punto riconoscere come Lee Cronin abbia deciso di aiutare il suo film pescando qualche soluzione da L’esorcista. Ma forse è proprio questo a renderlo interessante. Al di là della citazione, la maniera in cui questo film sceglie a un certo punto di somigliare a quello, senza però che ci sia la Chiesa e senza i preti, gli conferisce un’aria molto più grave. Non c’è intermediazione né speranza in una purificazione che venga da un potere superiore, ci sono solo genitori che devono letteralmente assumere dentro di sé la colpa.

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