Il sesto senso compie 20 anni


E così la tendenza a “vedere la gente morta”. Il film di M. N. Shyamalan continua a farsi amare, a due decenni dal debutto al box office americano

Il Sesto Senso, la pellicola che ha rivelato al mondo il talento registico di M. N. Shyamalan, compie 20 anni: debuttò al boxoffice statunitense il 6 agosto 1999 (e sugli schermi italiani nell’autunno dello stesso anno). Si rivelò un film di enorme successo commerciale, apprezzato anche dalla critica e capace di lasciare un segno profondo nella cultura popolare. La celeberrima battuta “vedo la gente morta”, pronunciata dal giovane protagonista del film drammatico, è ancora oggi materia di citazioni (e si presta a numerosi meme, nemmeno a dirlo). Di seguito, alcuni buoni motivi per cui, a distanza di due decenni, la pellicola resta un cult.

Un twist finale a regola d’arte

Come dimostrano anche pellicole recenti, non è facile gestire i colpi di scena finali, soprattutto quelli che rimettono in discussione la coerenza di quanto visto. Tuttavia, il Sesto senso ci riesce, senza dare al pubblico l’odiosa sensazione di un bluff e senza danneggiare il cuore del film, il rapporto tra lo psicologo Malcolm Crowe e il giovane paziente Cole (e la più vasta riflessione che innesca su salvatori e salvati). Gli Shyamalan twist sono diventati poi una abitudine (con risultati non sempre omogenei).

La battuta perfetta che resiste al tempo

Ogni film che passa alla storia del cinema ha la sua battuta che fa epoca. Ma l’iconico quote “I see dead people”, pronunciato da Haley Joel Osment ha fatto di più: è riuscito a imporsi come una vera e propria Weltanschauung che torna utile alla bisogna quando meno te lo aspetti (con relative varianti).

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Mischa Barton dove non te la ricordi

A rendere ancora più cult la pellicola (che si avvale anche della presenza della sempre brava Toni Colette) è la presenza di una giovanissima Mischa Barton, che i più ricordano sempre e solo per la presenza nel telefilm The O.C. E invece nell’horror diretto da Shyamalan svolge un ruolo cruciale, in una delle scene più spaventose, interpretando la giovane Kyra uccisa dalla madre affetta da sindrome di Munchausen.

Più film in uno

Horror? Paranormale formato ghost movie? Dramma relazionale (Willis nel film ha anche qualche problema matrimoniale)? Sicuramente uno dei fattori di successo è stato riuscire a dare allo spettatore più film nello stesso frangente, senza abdicare alla paura incontaminata, che si impone in numerose scene.

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Come ricordato anche da Variety in un articolo commemorativo, la pellicola uscì con una fanfara ridotta e basse aspettative, per poi trasformarsi in un successo stellare in tutto il mondo, diventando anche il secondo film più visto negli States quell’anno, a ruota di Stars Wars: Episode 1 — the Phantom Menace. Forse al cinema statunitense, inteso come industria, servirebbero altri colpi ad effetto come questo ancora oggi: basse aspettative, risultati gloriosi (con pellicole che hanno per protagonisti semplici persone e non supereroi)

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