Il voto su Rousseau non c’entra nulla con la democrazia


Non solo per la scarsa affidabilità della piattaforma 5 stelle, ma per la contorsione istituzionale di fronte al Capo dello stato: non si affida il futuro di un paese a una piattaforma messa in piedi da una società di marketing privata

Il problema è duplice. Quando, nei prossimi giorni, il Movimento 5 stelle metterà al voto sulla sua piattaforma Rousseau l’alleanza col Pd per un nuovo governo giallorosso, saremo già oltre ogni tempo massimo istituzionale. Ancora prima dell’affidabilità della piattaforma organizzativa dei pentastellati – per molti non più di un bloggone con aree riservate altamente penetrabili (chi si ricorda le numerose campagne dell’hacker Rogue O o l’epopea del white hacker Evariste Galois?) – viene infatti la contorsione istituzionale sottoposta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Questa sera al Quirinale Luigi Di Maio confermerà – dopo un fine settimana di trattative sull’ottovolante, convinto infine a mollare la presa sulla vicepresidenza del Consiglio – la disponibilità a varare il governo Conte bis con la partecipazione del Partito democratico. Darà cioè al capo dello stato una certezza politica che tecnicamente non è tale perché non sa se potrà onorarla: il voto (chiamiamolo sondaggio, visto il numero di partecipanti) sulla medesima e sforacchiata Rousseau produce infatti una stortura dei tempi e delle procedure istituzionali. Si dà cioè di fronte alla massima carica dello stato il via libera al nuovo incarico all’avvocato del popolo prendendosi il rischio di invalidare due settimane di confronti e trattative, oltre che la parola data al Quirinale, in virtù di qualche migliaio di clic da parte degli iscritti.

Dunque si attribuisce a una piattaforma insicura, non certificata da terze parti e su cui il Garante per la privacy ha espresso posizioni severissime (si pensi alla “permanenza di importanti vulnerabilità” anche rispetto a un’istruttoria del 2017, e alla sanzione da 50mila euro) e a una rappresentanza infinitesimale dell’elettorato e degli italiani il futuro del paese intero. Almeno nell’immediato, si impicca al palo della presunta democrazia digitale l’anima stessa della democrazia rappresentativa. Lo hanno dichiarato anche alcuni esponenti dei gruppi parlamentari dello stesso Movimento, secondo cui la piattaforma “non deve essere un sistema per esautorare la democrazia parlamentare” (il deputato Sebastiano Cubeddu). In questo senso, la loro opinione diventa infatti pressoché nulla.

È Di Maio – capo politico forse ancora per poco visto che la sua vicenda appare ormai sfibrata ed esaurita – a dover decidere per la sua parte. Non gli iscritti e soprattutto non in quel modo, su quel canale raffazzonato, convocando al volo e con un post un sondaggino a cui parteciperà l’equivalente dei residenti di una cittadina di provincia. Senza informazione, senza approfondimento, senza poter verosimilmente avere per le mani un programma e forse neanche i nomi del nuovo esecutivo a cui si sarà già dato il via libera. Rendiamocene conto: un paese come l’Italia è appeso a una simile assurdità, a questo abbozzo malfunzionante di progetto futuribile che ha molto poco degli efficaci esperimenti nordeuropei – si pensi al voto digitale in Estonia, che pure molti esponenti del movimento hanno studiato a fondo, come il presidente della Commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia – e parecchio delle fregature all’italiana.

Il punto centrale è la sovrapposizione delle procedure costituzionali, sulle quali non si può certo transigere, a quelle partitiche. Nulla si potrebbe dire se Di Maio presentasse quella consultazione digitale per quello che, alla peggio, può essere: un sondaggio fra gli iscritti, un modo per capire – meglio dei commenti sui social network inquinati dai bot – che aria tiri fra chi segue da più tempo il movimento. Ma l’idea di assegnare a un manipolo di appassionati della causa, e a una piattaforma messa in piedi da una società di marketing privata, il potere di vita o di morte su un governo politico non ha nulla a che vedere con la democrazia. In nessuna sua possibile variante o incarnazione, con buona pace della stirpe Casaleggio.

Al contrario, l’insistenza di Di Maio sul passaggio online – che politicamente può apparirgli un modo per blindare il suo triplo carpiato da Salvini a Zingaretti e ripararsi dal bombardamento interno, altro che la “testuggine romana” – è un manifesto palese della natura antidemocratica del M5s, proprio nella sua presunta espressione di massima apertura ai cittadini e agli iscritti. E proprio in un momento di massima fragilità per gli equilibri istituzionali, la legge di bilancio, più immediatamente le vite di milioni di persone.

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