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Il walkman, Reality e il primo amore: Il tempo delle mele da 45 anni ci ricorda cosa significa davvero essere adolescenti

di webmaster | Dic 18, 2025 | Tecnologia


Il tempo delle mele nessuno poteva prevedere, in quel dicembre del 1980, che sarebbe diventato un successo planetario. Ed invece, a 45 anni di distanza dalla sua uscita nei cinema, questa film di formazione ha ancora un posto importantissimo nell’immaginario, e ci ricorda soprattutto quanto essere adolescenti sia cambiato e assieme sia rimasto uguale da allora.

Vic, Parigi, gli anni ’80 e quel walkman sempre addosso

Il tempo delle mele da molto tempo non è più il titolo di un film, almeno in Italia. La Boum, la festa, il titolo originale del film di Claude Pinoteau non pareva abbastanza “catching”, allora si optò per questa strana traduzione (neanche la più estrema della nostra storia). Da allora, per tutti è diventato qualcosa legato all’adolescenza, quella primavera fatta di spensieratezza, leggerezza e sentimenti purissimi, di sogni, quel momento che poi tutti ci troviamo a rimpiangere. Adolescenti e buoi dei paesi tuoi verrebbe da dire, se non fosse che proprio Il tempo delle mele ancora oggi è un film capace di rivendicare un un’universalità di rappresentazione assolutamente perfetta. La sceneggiatura era scritta dallo stesso Pinoteau con Danièle Thompson, e si sarebbe rivelata in realtà un mix magnifico e frizzante di tantissimi elementi diversi. Al centro di tutto lei, Vic Beretton (Sophie Marceau), una 13enne che nella Parigi incasinata e febbrile di allora, sperimenta i primi amori, l’amicizia che si complica, il futuro pieno di possibilità ma anche dubbi, legati soprattutto ad una situazione familiare instabile.

Il padre di Vic, François (Claude Brasseur) e la madre, Françoise (Brigitte Fossey), sono infatti profondamente in crisi, il matrimonio pare destinato a fallire. Lui, immaturo e volubile, si consola con una vecchia fiamma, Vanessa (Dominique Lavanant) e lei, che d’altro non è meno egoista, per ripicca comincia a frequentare l’insegnante di tedesco di Vic, l’affascinante Eric (Bernard Giraudeau). L’unico punto fermo in famiglia per Vic è la bisnonna Poupette (Denise Grey), arzilla e irriverente vegliarda, che dispensa battute e consigli a raffica. Intanto però, nella vita di Vic è entrato anche Mathieu (Alexandre Sterling) un ragazzo di poco più grande di lei, e tra i due sarà amore a prima vista in una delle tante feste di classe. Per Vic, così come per la sua migliore amica Penelope (Sheila O’Connor) e per tutti gli altri, la vita è un treno in corsa, tra equivoci, marachelle e continui cambiamenti. Il cinema francese al coming-of-age o film di formazione aveva del resto già regalato nel 1959 un capolavoro come I 400 colpi del grande François Truffaut, che firmò poi anche due sequel.

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Nel 1978 c’era stato The Adolescent di Jeanne Moreau e non si possono non citare Cognome e nome: Lacombe Lucien di Louis Malle, I Santissimi di Bertrand Blier o Gazzosa alla menta di Diane Kurys. Tuttavia, Il tempo delle mele dalla sua mise una leggerezza, un’irriverenza e un tocco di candore davvero particolari. Diventò giocoforza il simbolo non solo del cambiamento tipico a quell’età, ma anche di quello della gioventù dell’epoca, quella francese in particolare, e di come la industry l’avrebbe rappresentata da allora. Se gli anni ‘70 erano stati dominati dalla controcultura, dalla gioventù che scendeva in piazza e rifiutava il mondo dei padri, i grandi ideali e le grandi illusioni, la fine di quel decennio segnò il ritorno ad una volontà di evasione di cui Il tempo delle mele bene o male diventò simbolo. Claude Pinoteau aveva trovato la sua strada nella commedia, non ha avuto una carriera incredibile, ma qui seppe fare qualcosa di veramente bellissimo. Il tempo delle mele sposta completamente l’asse o quasi della narrazione su Vic, che ha il volto di una giovanissima Sophie Marceau.

La Marceau fu scelta all’ultimo, dopo un casting estenuante che interessò migliaia di candidate. Armata di quel caschetto, l’aria un po’ irriverente e imbronciata, diventò la cotta di ogni coetaneo, una star. Chi poteva immaginare la straordinaria carriera che avrebbe avuto in seguito? Ma ciò che più conta, è che seguire le sue avventure, quella prima storia d’amore, diventata il simbolo della “prima volta” per un’intera generazione, significa anche guardare a come il pubblico teen in quel decennio diventasse protagonista. Gli anni ’80 sarebbero stati gli anni in cui cinema, televisione, la moda, la musica, avrebbero ridisegnato tutto in funzione degli adolescenti per la prima volta. Il tempo delle mele rappresentò in questo una sorta di prototipo, ed ebbe un impatto sulla moda giovanile dell’epoca non da nulla. Ma nel parlarci di Vic e dei suoi coetanei, che sognano di diventare grandi in fretta, che vogliono bruciare le tappe, non smette mai di essere rappresentazione del reale, più che una sua edulcorazione. Basti pensare a quanto sia difficile la vita per il poco avvenente Stéphane (Jean-Philippe Léonard).

Un film capace di stabilire uno standard

Vic ha nell’adorabile bisnonna non solo la persona a lei vicina, ma forse anche l’immagine di ciò che vorrebbe essere da grande. Se oltreoceano, in cult assoluti come Stand by me di Rob Reiner, oppure in Breakfast Club, St’Elmo’s Fire, Bella in rosa, Sixteen Candles o persino nelle parodie come Animal House, il mondo degli adulti e quello dei giovani era sostanzialmente separato, due universi alieni, Il tempo delle mele in quel 1980 confeziona qualcosa di diverso. C’è una fortissima connessione tra gli adulti e gli adolescenti, anzi si può dire tranquillamente che il film di Pinoteau ci suggerisca come certe dinamiche, soprattutto quelle sentimentali, non cambino mai, restino sempre le stesse a dispetto degli anni che passano. Non un caso che i due genitori di Vic, su tutti François, grazie ad un bravissimo Brasseur, sembri un Peter Pan un po vitellone, mai cresciuto (sempre che si cresca veramente). Il rapporto tra lui e Vic è quello più giocoso, più divertente, anche più complice, mentre invece con la madre c’è una chiusura totale, una mancanza di comunicazione profondissima.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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