C’è un luogo in Italia dove il tempo sembra essersi fermato. È il carcere. Entrarci significa riavvolgere il nastro dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico a come era decenni fa. Se il mondo libero è oggi alle prese con la sfida dell’intelligenza artificiale, per chi vive in carcere la situazione è spesso ancora ferma al tempo in cui c’erano i telefoni a muro, le televisioni da prendere a pugni per stabilizzare il segnale e le lettere cartacee per avere una corrispondenza con l’esterno. Da qualche anno c’è chi però si sta prodigando per cambiare le cose con uno dei servizi tecnologici più rudimentali esistenti, ma che in carcere può fare una grande differenza: la posta elettronica.
In alcune carceri ha infatti preso piede ZeroMail, un servizio digitale ideato per consentire alle persone detenute di inviare e ricevere lettere tramite posta elettronica, offrendo così una modalità di comunicazione più rapida ed economica rispetto alla corrispondenza cartacea tradizionale. Un progetto in espansione e che sta dando anche lavoro ad alcune persone recluse, così da dare un senso a quel fine rieducativo della pena scritto in Costituzione e troppo spesso ignorato.
“Domandine” e isolamento
La comunicazione con l’esterno è uno dei grandi problemi delle carceri italiane. La legge sull’ordinamento penitenziario prevede solo dieci minuti di telefonata a settimana per le persone detenute, da effettuarsi spesso con vecchi telefoni a gettoni attaccati al muro e dopo un’interminabile fila. Non va meglio per quanto riguarda la corrispondenza scritta. In carcere ogni cosa passa per la cosiddetta “domandina” – che sia la necessità di un libro, la richiesta di medicinali, la lista della spesa – e questo vale anche per inviare una lettera ai propri familiari o avvocati.
La “domandina” può essere considerata il meccanismo burocratico più lento e obsoleto dei nostri tempi. La lettera del detenuto esce dalla sua cella e passa di mano in mano tra i diversi gradi della polizia penitenziaria fino ad arrivare ai piani alti, quelli dei controlli finali. Quando finalmente il testo esce dal carcere e arriva nella cassetta delle lettere dei destinatari, lo stesso iter burocratico a ostacoli si ripete al contrario, in una sorta di matrioska senza fine. Tra il momento in cui un detenuto manda una lettera e il momento in cui riceve la risposta possono passare diverse settimane. E questo non fa altro che aumentare apatia e frustrazione in un contesto già di per sé molto difficile, soprattutto di questi tempi.
Oggi nelle carceri italiane ci sono oltre 63mila detenuti a fronte di circa 47mila posti disponibili, una situazione di sovraffollamento insostenibile. Se anche la comunicazione, una delle rare forme di evasione mentale per le persone detenute, è così complicata, non può che derivarne maggiore conflittualità e disagio negli istituti penitenziari.
Barriere tecnologiche e innovazioni
A partire dal 2020, con la pandemia Covid-19, nelle carceri italiane sono state introdotte le prime forme di innovazione tecnologica. Il blocco ai colloqui in presenza ha indotto alcuni istituti a consentire l’introduzione di forme di comunicazione più moderne, come email, telefonate tramite cellulare e perfino videochiamate con lo smartphone. Se oggi in alcune carceri stanno nascendo isolati progetti pilota che hanno anche a che fare con l’intelligenza artificiale, nella gran parte degli istituti molte delle innovazioni introdotte con la pandemia sono state abbandonate o sospese.


