In Italia ci sono 249 comuni sciolti per mafia


La stragrande maggioranza al sud, ma non significa che il nord sia esente dall’influenza mafiosa: è solo meglio mimetizzata tra le maglie di un’amministrazione più efficiente

Emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori”. In Italia queste parole sono state scritte in 515 occasioni: 515 decreti che sospendono la democrazia, mandando a casa gli amministratori pubblici che erano stati eletti nelle amministrazioni locali, per “fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso”. Oggi, nella prestigiosa cornice della Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, a Roma, i dati sono stati snocciolati durante la presentazione del rapporto di Avviso Pubblico Lo scioglimento dei Comuni per mafia. Analisi e proposte. Oltre 130 pagine che narrano dei 249 enti effettivamente sciolti, compresi un capoluogo di provincia e cinque aziende sanitarie. Perché, numeri alla mano, sottratte le proroghe, i decreti di scioglimento dal 1991 (data di entrata in vigore dello strumento) a oggi sono stati 328, di cui 26 annullati dai giudici amministrativi. E poi ci sono le 62 amministrazioni colpite più volte dal decreto.

La Direzione Investigativa Antimafia (D.I.A.)
(Foto: LaPresseAP)

La geografia del fenomeno riflette lo stereotipo più accreditato: 115 casi in Calabria (66 solo nei dintorni di Reggio Calabria), 108 in Campania, 79 in Sicilia, 15 in Puglia e 11 nel resto delle regioni. Ma perché i comuni vengono sciolti più al Sud Italia nonostante la commissione parlamentare afferma che la mafia è presente anche al Nord? Una delle possibili spiegazioni risiede nel difetto di analisi che vede l’infiltrazione mafiosa come corrosiva della vita economica di un comune. Il paradigma vuole che dove vi sia la mafia sia presente una cattiva amministrazione, un degrado della vita politica e anche sociale, ambientale e via discorrendo. Al Nord questo non accade, c’è più ricchezza, i servizi funzionano meglio. Tutto ciò spiega il raro ricorso allo scioglimento per mafia dei Comuni del Centro Nord. L’efficienza crea una forma di scudo che difficilmente fa accendere i riflettori sul fenomeno mafioso. “Se è il degrado amministrativo a determinare la presenza mafiosa, è difficile rintracciarla laddove tale degrado non c’è”, scrivono da AvvisoPubblico sottolineando la tara di un pregiudizio culturale.

Altro nesso da superare è quello relativo alle parentele. L’avere un parente mafioso significa essere automaticamente mafioso, almeno secondo molte relazioni che precedono lo scioglimento. “Il nesso è quasi automatico”, dicono dall’associazione: “sembra un nuovo reato di opinione, quello di parentela”. Sospendere la democrazia, perché commissariare significa questo, sulla base di una parentela, seppur in attesa che l’autorità giudiziaria si esprima, significa punire ciò che si è, non valutando cosa si fa. Lo sanno bene nei piccoli Comuni, dove le numerose archiviazioni hanno dimostrato un uso dello strumento piuttosto discrezionale. Si tratta di un atto di alta amministrazione, come tale caratterizzato da un’ampia discrezionalità. Per giungere allo scioglimento non è necessario che siano stati commessi reati perseguibili penalmente oppure che possano essere disposte misure di prevenzione, essendo sufficiente che emerga una possibile soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata. In alcuni Comuni calabresi non si vota da anni, altri, dal dopoguerra in poi, hanno visto più commissari che sindaci. Un uso smodato del commissariamento potrebbe diventare un’arma, un ricatto per i sindaci onesti, minando anche la fiducia dei cittadini. A tal proposito, è bene riflettere sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni che vengono più volte sciolte per mafia.

Le amministrazioni vedono andare a casa i politici ma non i funzionari, i reali operatori della macchina comunale. La sospensione della democrazia, proprio come avviene in guerra, è un mezzo drastico, drammatico ma necessario. A differenza delle guerre però il fenomeno viene poco pubblicizzato e così avviene nel silenzio totale. Per questo la pubblicazione del rapporto ha un’importanza emblematica. Occorre inoltre che la legislazione venga aggiornata. Perché le mafie evolvono. Mentre si riduce la loro presa sulle periferie, si ampliano i loro contatti con i colletti bianchi. E come dice il Prefetto di Caserta, richiamando le valutazioni della Dda di Napoli, “non è il clan malavitoso a cercare il contatto con le istituzioni e a imporre o proporre accordi vantaggiosi per entrambi, ma è direttamente la ‘politica’ a sollecitare l’intervento del clan camorristico per ottenere l’apporto finanziario sufficiente per la gestione illecita di grossi appalti pubblici”.

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