[ad_1] Nei giorni scorsi si sono verificati incendi in Patagonia senza precedenti. A partire da lunedì 5 gennaio nei pressi della cittadina andina e argentina di Epuyen sono bruciati circa 12mila ettari di aree naturali protette. Ma di incendi simili…
Nei giorni scorsi si sono verificati incendi in Patagonia senza precedenti. A partire da lunedì 5 gennaio nei pressi della cittadina andina e argentina di Epuyen sono bruciati circa 12mila ettari di aree naturali protette. Ma di incendi simili a questo, ce ne sono stati molti altri nella regione, come quello scoppiato nelle vicinanze del parco nazionale Los Alerces, un’area protetta che si trova nella provincia di Chubut, sempre in Argentina.
Cosa succede in Patagonia
La regione più colpita è famosa per gli iceberg
Le istituzioni di Buenos Aires hanno comunicato i dati su alcuni incendi più piccoli, ma comunque notevoli e preoccupanti, in certi casi da oltre 3.800 ettari di superficie coinvolta. Come nell’area di Santa Cruz, cioè la regione più a sud di tutto il paese sudamericano e famosa in tutto il mondo per i panorami immacolati e gli iceberg.
Per cercare di arginare e spegnere gli incendi, il paese ha schierato centinaia di vigili del fuoco, alcuni dei quali sono rimasti feriti e hanno avuto bisogno di essere ricoverati in ospedale. Ma in zone così remote un ruolo importante lo stanno avendo, per ovvie ragioni, anche i cittadini stessi e i volontari.
Il governatore della regione del Chubut, Ignacio Torres, ha dichiarato in una recente intervista radiofonica che la situazione nella zona si stava facendo “più calma” ma che restava comunque “molto critica”.
Gli incendi in Patagonia sono una notizia anzitutto per le implicazioni ambientali: lo stesso Torres ha esortato i cittadini argentini a “non sottovalutare mai più le implicazioni del riscaldamento globale“. D’altronde, fa un certo effetto che anche una delle zone più fredde della Terra sia colpita da incendi così vasti e devastanti.
Milei aveva tagliato i fondi contro gli incendi del 70%
Come fanno notare diversi esperti ed esponenti dell’opposizione argentina, l’emergenza attuale in Patagonia è il risultato sia di scelte politiche precise che di condizioni ambientali che si sono aggravate negli ultimi anni. In particolare, l’amministrazione argentina guidata da Javier Milei ha portato avanti una drastica riduzione dei finanziamenti pubblici destinati alle politiche ambientali.
I fondi per i programmi di prevenzione e monitoraggio degli incendi boschivi, nello specifico, quest’anno sono stati ridotti del 70 per cento rispetto al 2023. Tagli che inevitabilmente potrebbero aver inciso sulla manutenzione del territorio, sulla formazione del personale e sulla disponibilità di mezzi, rendendo più difficile intervenire tempestivamente.
Alle decisioni politiche si aggiungono i periodi prolungati di siccità e le temperature anomale che con tutta probabilità hanno modificato strutturalmente vaste aree della Patagonia rendendole più vulnerabili agli incendi. A questi due motivi, insomma, si devono gli oltre 15mila ettari di territorio già andati in fumo.
La teoria del complotto del piano Andinia
Gli incendi nell’estremo sud dell’Argentina sono una notizia anche per come sono stati raccontati attraverso notizie false e teorie complottiste. Online si è diffusa soprattutto una vecchia credenza antisemita risalente agli anni Settanta del Novecento, quella di incendi appiccati da persone di religione ebraica con l’oscuro fine di prendere possesso del territorio di alcune zone dell’Argentina.
