Iran, cosa succede nello scontro con gli Stati Uniti


Uno scontro interno al paese mediorientale ha aumentato la debolezza del regime di Teheran. Ora è difficile prevedere quanto possa durare il fragile equilibrio del Golfo Persico

(foto: AFP/Getty Images)

Il regime degli ayatollah a Teheran, che ha appena festeggiato i 40 anni al potere dopo la cacciata dello scià filo-occidentale Reza Palhavi, è in grave difficoltà stretto nella morsa delle sanzioni americane che impediscono la vendita del petrolio, la maggior fonte di incassi per lo stato.

Che il regime iraniano sia sempre più disperato lo prova la notizia di colloqui segreti in corso in Norvegia tra rappresentati del governo iraniano e quattro partiti curdi; trattative così serie e articolate al punto che i curdi hanno chiesto che a capo della delegazione iraniana fosse designato l’esperto diplomatico Mohammad Kazem Sajjadpour, ex ambasciatore del paese alle Nazioni Unite.

La mossa dovrebbe servire per evitare, in caso di conflitto con gli Usa, di dover affrontare una quinta colonna interna di oppositori, come avvenne nell’Iraq di Saddam Hussein. Immediatamente sui social network si sono scatenate, da parte curda, aspre critiche a questi incontri segreti chiedendo, invece, il riconoscimento della fine delle politiche di repressione contro il Kurdistan iracheno.

Mohammad Khaki, un giornalista curdo basato a Londra, si è dichiarato invece più ottimista. Egli ritiene che le discussioni in corso in Norvegia segnalino un’ammissione di fallimento: “La Repubblica islamica iraniana si trova in una posizione molto fragile a causa dell’escalation del blocco economico, dell’accresciuto malcontento e delle crescenti proteste e scioperi da parte di persone di tutte le classi sociali e minoranze nazionali e religiose”.

Non solo, ci sono altri segnali di cedimento del regime. Anche l’ex presidente iraniano, Mohamed Ahmadinejad, un falco della politica estera senza compromessi, ha chiesto di aprire trattative dirette tra Teheran e Washington in una intervista concessa al New York Times – un fatto di per sé già sorprendente.

Il quadro generale

La notizia dei colloqui segreti tra Teheran e curdi e la richiesta di Ahmadinejad di aprire trattative dirette tra Teheran e Washington si inserisce in un quadro complesso di scontro tra Usa e Iran su petroliere in transito nel Golfo persico, droni Usa (forse) abbattuti dai Pasdaran e da ultimo, in queste ore, arresti di presunte spie della Cia a Teheran.

Il presidente Donald Trump vuole usare l’Iran in chiave di politica interna in vista della corsa alla Casa Bianca nel novembre del 2020. e dimostrare di aver fatto“la cosa giusta a stracciare un anno fa il trattato anti-nucleare firmato con il paese mediorientale nel 2015, alla fine dell’era Obama.

Trump vuole prendere le distanze politiche dal presidente che l’aveva sottoscritto e vuole attrarre a sé la Gran Bretagna di Boris Johnson con cui ha un feeling particolare, allontanando la possibilità che l’Europa possa sfidare le sanzioni economiche americane nell’acquisto del petrolio. Finora nessuna società europea ha osato sfidare Washington, perché rischierebbe di perdere l’accesso al maggiore mercato finanziario del mondo, quello americano.

Per questo il presidente americano usa l’arma delle sanzioni contro Teheran – mezzi che stanno letteralmente strangolando l’economia iraniana come testimoniano le stime del Fondo monetario internazionale, che prevedono un calo del 3,9% nel 2018 e del 6% nel 2019 con la moneta locale, il rial, che ha perso il 60% del suo valore, l’inflazione che corre al 37% annuo mentre i prezzi di generi alimentari e medicine sono saliti rispettivamente del 40% e 60%. Una situazione esplosiva per qualsiasi governo.

Washington inoltre è preoccupata non solo del possibile armamento nucleare di Teheran, ma anche dei progressi nel campo dei droni dove l’Iran sta diventando una superpotenza. Teheran costruisce droni e li vende ai suoi alleati nella regione usandoli contro i suoi nemici in Iraq, Israele e Arabia Saudita.

Un pericolo sempre maggiore. Non a caso l’Arabia Saudita ha accettato di accogliere 500 militari Usa sul proprio territorio a Riad in funzione difensiva. Washington vuole applicare la massima pressione sul regime per costringerlo alle trattative in posizione di debolezza.

A Teheran i pasdaran, che erano stati emarginati con l’accordo del 2015, ora cercano ad ogni costo provocazioni pericolose con l’occidente, sia sequestrando la petroliera britannica nel Golfo come ritorsione del sequestro di una petroliera iraniana a Gibilterra sospettata di contrabbando con la Siria, sia abbattendo il drone americano sul Golfo Persico, sia infine dando notizia, forse vecchia di mesi, della scoperta di una presunta rete di spie della Cia in Iran.

La fazione moderata, quella del presidente Rohani, per ora ha dalla sua parte la Guida suprema Khamenei, ma nessuno osa far previsioni su quanto possa durare questo fragile equilibrio nel Golfo Persico dove transita il 30% del greggio mondiale. Di sicuro c’è solo che la crisi economica sta erodendo la stabilità del regime iraniano, sempre più sotto assedio.

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