“Il presidente è sempre stato molto chiaro, tuttavia, per quanto riguarda l’Iran o qualsiasi altro paese del mondo, la diplomazia è sempre la sua prima opzione, e l’Iran farebbe molto bene a raggiungere un accordo con il presidente Trump e con questa amministrazione“, ha affermato mercoledì l’addetta stampa dello studio ovale Karoline Leavitt.
Secondo funzionari militari, solo poche settimane fa il Pentagono riteneva che le forze in Medio Oriente (circa 40mila marines distribuiti su otto basi permanenti) non disponessero di adeguate difese aeree contro possibili ritorsioni iraniane.
Nell’ultimo mese questa lacuna è stata colmata con il dispiegamento di nuovi sistemi di difesa aerei. Sistemi antimissile Patriot e Thaad, caccia, bombardieri e portaerei come la USS Gerald R. Ford e la USS Abraham Lincoln, rendono chiaro che l’opzione militare è operativamente pronta, anche se politicamente non ancora scelta.
A questo quadro si aggiunge Israele, che resta un attore determinante. Il premer israeliano Benjamin Netanyahu considera prioritaria la riduzione della capacità missilistica iraniana e spinge Washington a mantenere alta la pressione. Fonti della difesa israeliana descrivono preparativi avanzati per l’eventualità di un’operazione coordinata con gli Stati Uniti, con attacchi distribuiti su più giorni volti a colpire infrastrutture sensibili e indurre Teheran a concessioni politiche al tavolo negoziale.
Intanto in Iran le proteste continuano
All’interno dell’Iran la tensione non è calata. Le proteste, iniziate il 28 dicembre 2025 per motivi economici e per un aumento dell’inflazione, si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica più ampia contro il regime. Secondo i dati raccolti dalla Human Rights News Agency (agenzia di stampa di un gruppo non governativo fondato nel 2006 dedicato alla documentazione delle violazioni dei diritti umani in Iran), al 5 febbraio erano stati documentati oltre 7mila decessi confermati durante la repressione, con migliaia di casi ancora in fase di verifica, mentre il totale degli arresti legati alle proteste sarebbero stati oltre 50mila su tutto il territorio nazionale.
La violenza delle forze di sicurezza iraniane non si sarebbe limitata alle piazze. Le autorità hanno imposto un blackout quasi totale di internet a partire dall’8 gennaio 2026 riducendo quasi del tutto l’accesso alla rete globale e controllando fortemente le comunicazioni interne.
Anche le esecuzioni legate alle proteste continuano. L’organizzione per la difesa dei diritti umani Amnesty International segnala che almeno 30 manifestanti – compresi minorenni – rischiano ora la pena di morte, con otto condanne già eseguite a febbraio a seguito di processi rapidi basati su confessioni estorte e con accesso limitato alla difesa legale.

