Israele blocca le indagini italiane sul caso Paragon? Negli ultimi giorni, l'attenzione è tornata sul controverso caso di Paragon, con un'inchiesta pubblicata da Wired Italia firmata da Rosita Rijtano. L'articolo evidenzia come l’azienda israeliana non stia collaborando con la giustizia…
Israele blocca le indagini italiane sul caso Paragon?
Negli ultimi giorni, l’attenzione è tornata sul controverso caso di Paragon, con un’inchiesta pubblicata da Wired Italia firmata da Rosita Rijtano. L’articolo evidenzia come l’azienda israeliana non stia collaborando con la giustizia italiana, nonostante le sue dichiarazioni precedenti in seguito all’emersione del caso. Paragon è ben nota per lo sviluppo di Graphite, uno spyware utilizzato per monitorare giornalisti e attivisti, tra cui anche italiani. Questa situazione solleva interrogativi non solo sulla mancanza di trasparenza dell’azienda, ma anche sul possibile coinvolgimento delle autorità israeliane nella questione.
Il deficit di comunicazione di Paragon riguardo Graphite
Paragon ha avuto tra i suoi clienti anche i servizi segreti italiani, il che rende la questione ancora più delicata. Attualmente, le indagini mirano a chiarire chi sia stato responsabile dello spionaggio di due giornalisti di Fanpage, ma l’azienda sembra mantenere un totale silenzio. A questo proposito, le richieste di informazioni inviate dalla magistratura italiana a Tel Aviv non hanno ricevuto risposta. Secondo l’avvocato per i diritti umani Eitay Mack, la chiusura del dialogo potrebbe essere attribuita proprio a Israele, che considera Paragon fondamentale per la sua sicurezza nazionale e per le relazioni internazionali.
Questo scenario non rappresenta solo un ostacolo per le indagini italiane; se non si fa chiarezza a breve, potrebbe diventare sempre più difficile raccogliere informazioni cruciali per ricostruire i fatti. La questione ruota intorno al metodo di attacco, che prevede l’infezione dei dispositivi degli utenti per monitorare clandestinamente le loro attività.
Attacchi recenti e il parallelo con Pegasus
Clienti di tutto il mondo, inclusa l’Europa, sono stati recentemente vittime di un attacco mirato, scoperto dal team di WhatsApp. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, oltre un centinaio di persone, molte delle quali europee, sono state infettate attraverso Graphite mediante una vulnerabilità di tipo zero-click, che richiedeva semplicemente di ricevere un file PDF in una chat di gruppo. È un chiaro indicativo della sofisticazione dei metodi di spionaggio utilizzati.
Questa situazione è paragonabile a quanto accaduto con Pegasus, un altro spyware sviluppato dalla società israeliana NSO Group. Anche in quel caso, le autorità internazionali, inclusa quella spagnola, hanno chiuso le indagini a causa della mancanza di collaborazione da parte dell’azienda. La mancanza di trasparenza da parte di queste aziende mette in grave difficoltà non solo gli investigatori, ma anche le agenzie di sicurezza dei vari Paesi coinvolti.
Conclusione: La necessità di maggiore trasparenza
Di fronte a situazioni così complesse e delicate, la necessità di una maggiore trasparenza diventa cruciale. Le vittime di attacchi informatici meritano di sapere chi e come ha violato la loro privacy, ma le indagini subiscono un forte rallentamento quando le aziende coinvolte si rifiutano di collaborare. Inoltre, la questione ha un impatto diretto sulle istituzioni italiane, sull’affidabilità delle aziende tecnologiche nazionali e sulla protezione dei diritti umani. Urge una riflessione sul ruolo delle autorità nazionali e internazionali per garantire una maggiore accountability e garantire che abusi del genere non rimangano impuniti.
