Da Wired.it :

Non è corretto, né francamente interessante, stabilire se si tratti di un vero e proprio esaurimento nervoso, di stanchezza cronica, di una qualche forma di depressione, di perdita di motivazione perché non è quello il punto. E non potrà mai esserlo, visto che è un elemento privato. L’aspetto interessante di queste decisioni è semmai che danno finalmente diritto di cittadinanza all’ascolto di sé stessi e dei propri bisogni, dei limiti e dei lati più solidi, delle fragilità e delle urgenze psicologiche. Lo ha detto chiaramente, Ardern: “Un ruolo di tale privilegio ha una responsabilità: quella di sapere quando sei la persona giusta per ricoprirlo e quando non lo sei più”.

Di più: delle priorità rimescolate da un periodo in cui in molti si sono domandati forse per la prima volta nella propria esistenza chi fossero, cosa volessero da questa breve parentesi terrena o più semplicemente come intendessero vivere le proprie giornate. Forse il fenomeno delle grandi dimissioni sarà staro un fenomeno ingigantito dal mondo editoriale ma di sicuro quello che c’era al fondo no.

Sono gesti essenziali, di portata molto ampia, perché aiutano a cacciare dal dibattito categorie tossiche dell’arrivismo, del presenzialismo e della retorica del successo che nonostante molti progressi ancora resistono: il ritiro come fallimento, la fatica come ostacolo da eliminare a ogni costo, la “scalata” come infinita e inevitabile. Fanno tutte parte, inquadrandola da un altro punto di vista, di quello stesso, spietato vocabolario che ad esempio ci fa leggere la malattia come una “battaglia”, la gravidanza come una “malattia”, un figlio come la “fine della vita sociale” o non avere un figlio come qualcosa di anomalo e incompiuto. Basta.

C’è però dell’altro. La vicenda di Ardern ha qualcosa da insegnarci anche sul fronte politico. Abbiamo avuto, anche in Italia, moltissimi politici – in particolare ex presidenti del Consiglio recenti, tenendo fuori i dinosauri della Prima Repubblica e del berlusconismo – che dopo un periodo di apprezzato servizio al paese non hanno saputo o voluto rinunciare a presidiare il proprio campo, per quanto piccolo. Anche dopo batoste elettorali, scandali o referendum con cui il paese li ha liquidati, separandosi dai loro progetti e punendo le loro ambizioni (o le loro azioni), sono rimasti arroccati in quel torrione dorato fuori dal quale, evidentemente, si è considerati dei perdenti

Mi viene in mente il mantra che ogni candidato non eletto alle elezioni si premura sempre di ripetere per commentare un voto finito come non ci si aspettava: “Continuerò a fare politica anche fuori dalle istituzioni”. Il terrore dell’emarginazione, di essere dimenticati, di perdere poltrone e interessi, seguito e influenza: una forma mentis che riguarda chi fa politica attiva ma riesce, attraverso vene e capillari della società, ad avvelenare ognuno di noi e a vivere ogni rinuncia come una frustrazione e ogni scelta legittima come un affare di vita o di morte. E invece, come ha chiuso la quasi ex prima ministra, “si può essere gentili e forti, empatici e decisi, ottimisti e pratici”: buona vita a Jacinda Ardern e grazie per la lezione.



[Fonte Wired.it]