Johann-Dietrich Wörner, direttore generale dell’Esa: “Dobbiamo spingerci oltre la Luna e farlo insieme”


Il numero uno dello spazio europeo riflette sulla natura anti-militarista dell’Agenzia spaziale, sulle prospettive lunari e… “Beyond”

Baikonur: un momunento allo spazio (foto: Emilio Cozzi/Wired Italia)

Spazio: ultima frontiera. Che nel 2019 significa un orizzonte diverso dalla cartolina di progressiva armonia intergalattica evocata dall’intro di Star Trek. Non che manchi la tensione a conoscere l’ignoto e a spingersi oltre i nostri confini; in fondo è lei l’anima di ogni nostra attività esplorativa, scientifica e tecnologica. È però indubbio che sempre di più l’attività spaziale implichi nuove possibilità di fare business, riassunte nei concetti di space e new space economy. Detto altrimenti, è una competizione commerciale crescente, che traduce culture e interessi anche contrapposti – si pensi alla delicatezza del coinvolgimento italiano nella prospettata realizzazione di una base orbitante cinese, sgradita al nostro storico partner statunitense.

È una situazione delicata e destinata a complicarsi. Basti pensare che mentre nel 2006 i paesi a investire nello spazio erano 47, oggi sono 70 e fra tre anni saranno 81 (fonte Euro Consult 2016). Si stima che il giro d’affari del settore, nel 2017 di circa 383 miliardi di dollari a livello globale, potrebbe crescere fino a 1000 miliardi entro 20 anni, così come la percentuale di spesa pubblica che lo sostiene, che secondo la banca di investimenti Merrill Lynch dal 16% del 2017 toccherà quota 30% nel 2026.

Sebbene i primi a comprendere le potenzialità economiche della collaborazione e del coinvolgimento dei privati nello spazio furono gli Stati Uniti di Barack Obama, che con il piano strategico annunciato il 28 giugno 2010 puntarono sulla competitività, sulla creazione di nuovi mercati e sulla promozione del commercio spaziale internazionale, oggi la questione assume sfumature diverse. Fra il 2018 e il 2019, l’amministrazione Trump ha promulgato quattro Space Policy directives e annunciato un nuovo programma strategico ancora in fase di stesura. Dei quattro punti colpiscono l’accento sul rinforzo della presenza americana nel cosmo, con particolare riferimento alle missioni sulla Luna e su Marte, e la volontà di istituire una space force, che assorbirà 72 milioni di dollari dedicati alla difesa per il 2020 e avrà lo scopo di difendere gli interessi statunitensi oltre l’atmosfera. Interessi, a detta del presidente, minacciati da paesi come l’India o la Cina, sempre più rivolti allo spazio.

Per comprendere meglio alcuni aspetti delle nostre prospettive cosmiche, abbiamo incontrato Johann-Dietrich Wörner, il direttore generale dell’Agenzia spaziale europea. A poche ore dal lancio della Expedition 60 di Luca Parmitano, il numero uno dell’Esa è partito da Beyond per dire la sua sull’orizzonte economico del settore e sulle sue derive.

Johann-Dietrich Wörner, direttore generale dell’Agenzia spaziale europea (Foto: Juan Carlos Rojas/picture alliance/Getty Images).

Cinquant’anni fa sbarcammo sulla Luna, oggi sogniamo Marte; che cosa pensa del futuro dell’esplorazione? 

“Permettetemi di partire da Beyond, proprio perché sullo stemma della missione fanno capolino la Luna e Marte: quando Luca ha pensato al nome, chiaramente si riferiva all’andare oltre l’orbita terrestre, verso il nostro satellite naturale e il Pianeta rosso. Credo però che Beyond significhi molto di più. È evidente che le attività spaziali riguardino qualsiasi cosa facciamo fuori dall’atmosfera, ma il loro impatto è ormai cruciale anche sulla Terra: europei e americani per questa missione hanno lavorato fianco a fianco e ciò dimostra come, unendo le forze, si sia cercato di andare oltre lo spazio. Per me Beyond non ha solo un significato fisico”.

Tornando alle celebrazioni dell’Apollo 11, quali sono differenze tra la corsa spaziale di allora e le attività odierne?

“Sebbene avessi solo 15 anni all’epoca, mi era chiaro come quella fra Stati Uniti e Unione Sovietica fosse una sfida, una corsa verso il traguardo della conquista lunare. Quella situazione ebbe due risvolti: uno negativo, legato alla progressione della guerra fredda; l’altro eccellente, almeno da una prospettiva tecnico scientifica, poiché si disponeva di risorse imponenti da destinare a piacimento alla ricerca e allo sviluppo.

“Oggi è tutto diverso: la corsa allo Spazio si basa sulla cooperazione. Beninteso, è inutile negare che la concorrenza esista ancora, ma la collaborazione è alla base di ogni attività fuori dall’atmosfera, poiché si è consapevoli che ottenere grandi risultati in maniera autonoma non è più possibile. È evidente come questo cambi radicalmente l’approccio rispetto agli anni ‘60”.

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20 luglio 1969: Neil Armstrong e Buzz Aldrin passeggiano sulla Luna accanto al modulo Eagle (foto: Nasa)

Perché oggi, e coma mai prima d’ora, si parla dell’economia del settore spaziale?

“Perché l’attività spaziale è più di una semplice corsa verso altri corpi celesti; è una importante infrastruttura per la nostra vita quotidiana sulla Terra: navigazione, telecomunicazione, osservazione del pianeta sono tutte attività che implicano investimenti massicci, ma con ritorni economici altrettanto importanti. Il fatto stesso che ognuno di noi sfrutti ogni giorno tecnologie di derivazione spaziale, diretta o indiretta, rende difficile calcolare con precisione l’impatto economico del settore; stimiamo che ogni euro investito nello spazio ne produca fra i 4 e i 6 di ritorno, un dato impressionate. E oltre al boom che sta vivendo, la cosiddetta space economy è destinata a crescere: lo spazio sarà la nuova frontiera del turismo, dello sviluppo commerciale, della scienza e della tecnologia. Oggi è evidente”.

Per questo l’interesse cresce anche fra i non addetti ai lavori?

Sempre di più lo spazio è considerato un bene comune: nonostante rimanga molto difficile da raggiungere, la maggior parte di noi lo percepisce come qualcosa da sfruttare per interessi personali e professionali. Le attività spaziali hanno assunto una dimensione inedita. Sì, l’umanità sta vivendo un’era spaziale totalmente nuova”.

Con Luca Parmitano durante la presentazione della missione “Beyond” (foto: Esa)

Beyond suona come una promessa; qual è la promessa per il futuro dell’umanità?

Come Esa il nostro sguardo è rivolto alla Luna, in futuro verso Marte e poi oltre. L’obiettivo non è la colonizzazione, sia chiaro: siamo consapevoli di quanto la Terra sia meravigliosa, il più bello fra i posti conosciuti. La nostra unica missione è la ricerca: vogliamo visitare altri pianeti in maniera sostenibile, per il tempo necessario allo svolgimento dei nostri esperimenti e poi tornare qui. Vivere su un altro pianeta, qualunque esso sia, ed essere costretti in un modulo non è paragonabile alla vita sulla Terra. Lo confermano gli astronauti al ritorno dalle loro missioni, dopo un lungo periodo di cattività. Dobbiamo quindi smettere di pensare lo spazio come un’alternativa al nostro pianeta e sentirci, per questo, liberi di distruggerlo. Facciamo del nostro meglio, piuttosto, per salvaguardare la Terra e per rimanerci il più possibile, almeno fino a quando troveremo una casa ancora più straordinaria”.

Andrew Morgan, Alexander Skvortsov e Luca Parmitano qualche giorno fa con la Soyuz che li sta portando sulla Iss (foto: Andrey Shelepin/GCTC). 

Il presidente Donald Trump ha dichiarato che gli astronauti americani torneranno sulla Luna entro il 2024. L’Europa sarà coinvolta?

Certo. Quando gli americani saranno di nuovo pronti a sbarcare sul suolo lunare, dovranno necessariamente farlo con noi, visto che il modulo di servizio europeo è parte del progetto. Spero quindi verrà coinvolto anche qualche nostro astronauta, chissà, magari italiano. Ciò detto, molti dichiarano di voler tornare sulla Luna. Personalmente non credo sia un’idea sensata; andiamo oltre, piuttosto! Tornare sulla Luna significherebbe copiare quanto già fatto mezzo secolo fa. Oggi dobbiamo spingerci oltre e farlo insieme”.

Trump parla spesso anche di una forza armata spaziale. Che cosa ne pensa?

“Il presidente americano non è l’unico, anche Emmanuel Macron ne ha parlato poche settimane fa. Preferisco non esprimermi sulle loro dichiarazioni. Personalmente, però, sono contro qualsiasi tentativo di militarizzazione dello spazio. Il motivo è semplice: nella convenzione istitutiva dell’Esa, si precisa in maniera chiara che l’agenzia dovrà essere utilizzata solo per scopi pacifici. Detto altrimenti, l’Esa non si interessa ad alcuna space force”.

Wörner (a destra) allo Space Symposium dello scorso aprile (foto: Aubrey Gemignani/Nasa/Getty Images).

Non può tuttavia sottrarsi ai vincoli economici, specie adesso, a pochi mesi dalla riunione ministeriale in cui sarà deciso quali progetti finanziare e quanto.

“L’agenzia non dispone di un budget fisso. Ogni due anni deve chiedere fondi ai 22 Stati membri per sostenere le spese delle attività successive. A ottobre, a Madrid, si terrà un incontro intermedio, una tappa fondamentale verso “Space19+”, la riunione che a novebre deciderà il futuro dello spazio (da qui il nome “+”, ndr). Verrà presentata una proposta completa di programmi su cui discutere, che interessano tutti i settori in cui stiamo lavorando.

Una risposta evasiva. Soprattutto perché il budget richiesto quest’anno è di 15 miliardi di euro, circa il 50% in più di quanto chiesto in passato.

“Da direttore generale mi limito a sperare che le proposte avanzate convincano ogni membro circa l’importanza dei progetto per il suo Paese e per l’Europa”.

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