Da Wired.it :

Non può impedire che venga riprodotta in serie per formare un esercito di soldati robot o trasformata in una cameriera, un’action figure da collezione o una sex doll. In questo senso, è emblematico e fondamentale il momento, ripreso da Robo-cop del 1987 e ancor più dal suo sequel del 2014 (e che fa rabbrividire oggi quanto quarant’anni fa), che ritrae la freddezza dei ricercatori mentre osservano il clone mutilato perdere la ragione alla vista della propria condizione. Jung_e non è Motoko Kusanagi, non ha scelto di diventare un cyborg. Il regista Yeon è spietato nel descrivere quella disumanizzazione e lo fa puntando la cinepresa sul volto di Seo-hyun, gradualmente più sconvolta dall’andamento degli esperimenti, e via via sugli altri coinvolti nel progetto, in particolare sull’insopportabile capetto Sang-hun (Ryoo Kyung-soo, Itaewon Class), per il quale i cloni della soldatessa non sono che oggetti da fare a pezzi. 

Cr. Cho Wonjin/Netflix © 2022

CHO WONJIN

Le analogie con Ghost in the Shell sono evidenti (ma anche col più recente Black Mirror, in particolare con gli episodi Black Museum, Torna da me e Bianco Natale), non solo a livello tematico ma anche nella cura della mise-en-scène del tetro mondo futuristico – più alla Terminator che alla Blade Runner – nel quale si svolge l’azione. Visivamente Jung_E è impressionante, la prova che i coreani sono a loro agio con la materia fantascientifica. Nella parte finale il film subisce una decisa svolta action e Yeon Sang-ho dimostra, come aveva fatto con l’altrimenti poco entusiasmante Peninsula, di padroneggiare le sequenze frenetiche e le coreografie di fughe e combattimenti. Dopo una partenza lenta e un po’ traballante, Jung_E si dimostra una pellicola efficace nel propugnare il rispetto per la singola identità umana; è un film emozionante adatto a chi ama l’azione coinvolgente, a chi desidera commuoversi e a chi è interessato alle speculazioni sul futuro dell’uomo tecnologico nell’era dell’abuso dei brain data.



[Fonte Wired.it]