Nelle strisce di Bonvi faceva ridere anche la morte. Fucilazioni maldestre, croci di legno nella nuda terra dalla quale capitava arrivasse una battuta sferzante, mine anti-uomo che si risolvevano in una nuvoletta. La guerra lontana chissà dove eppure presente, come sfondo a retino di quella risata che avrebbe seppellito tutti.
L’ha trovato a cinquantaquattro anni, maledettamente anzitempo, non si può sapere se allora l’abbia presa sul serio oppure no, ma quel che è certo è che grazie a Franco Bonvicini la morte ci ha fatto un po’ meno paura. E con essa la violenza, l’orrore della trincea e della guerra che non conosce fine.
Bonvi, una vita inventata: l’omaggio del fumetto italiano
Quella sera di trent’anni fa, su una strada di Bologna, Bonvi stava attraversando per andare al Roxy Bar di Red Ronnie. Doveva mettere all’asta alcune sue tavole, per contribuire alle cure del collega e amico Magnus. Pochi mesi prima, in un anno orribile per il fumetto italiano, la malattia aveva portato via Hugo Pratt. A trent’anni dalla sua traumatica scomparsa, la Rai ha ricordato l’artista emiliano con un documentario, Bonvi, una vita inventata. All’interno le parole di colleghi, amici, e anche fan molto particolari, come Zerocalcare.
«Le Sturmtruppen sono tra le prime cose che ho letto da ragazzino, quando forse nemmeno riuscivo a capirle tutte», dice il fumettista romano. «Ma me le sono portato negli anni, le cito sempre come il più grande esempio di fumetto umoristico italiano. Non avrei avuto lo stesso modo di ridere e far ridere se non avessi letto Bonvi».
Spirito, storie incredibili e risate: chi era Bonvi
Una voglia matta di far ridere coltivata nella sonnolenta pianura, la vocazione all’umorismo e il sogno di un far west lungo la via Emilia. E poi la distintiva giovialità, così stridente con i personaggi tarchiati e ingrugniti dei suoi soldatini, prima immaginati e poi messi su carta nel format che per antonomasia rappresentava il sogno pop americano. E in un mondo di americani sembrava lui il tedesco, Franco Bonvicini, un vulcano di idee sotto un fluente capello biondo teutonico, atterrato chissà come nel Modenese. Pareva egli stesso un suo personaggio, eccentrico e improbabile, come quella campagna elettorale che lo avrebbe portato a essere brevemente consigliere comunale di Bologna. Grande affabulatore, discreto ballista, di quelli che a sentirli parlare devi fare la tara tra cosa è vero e cosa no. Come nel caso di quell’aneddoto durante il suo servizio militare, quando era rimasto a piedi con la sua 500, e aveva fatto uscire un carro armato M47 per farsi trainare. Una striscia delle Sturmtruppen in carne e ossa, a pensarci. Fatto sta che il verbale esiste veramente.
Sturmtruppen, ovvero ridere e fare male al Male
Ridere del tedesco in guerra, del male assoluto nella sua incarnazione più terribile, non era una novità. Lo aveva fatto anche Charlie Chaplin in presa diretta, a conflitto in corso, figurarsi in pieno Sessantotto. Non tanto mettere Berlino alla berlina: l’idea vera stava piuttosto nel come. Caricatura con i mezzi della caricatura, i soldatini tedeschi di Bonvi furono geniali nella loro visione, nell’ironia intrinseca, nell’intuizione ancor prima che nella realizzazione.


