da Hardware Upgrade :

Il problema della disinformazione diffusa tramite i social network
è sempre esistito, ma ha assunto contorni più significativi negli anni
recenti, in special modo con l’abbattersi della pandemia COVID-19. La
maggior presenza, forzata, online delle persone, unita allo smarrimento
emotivo e alle incognite di ciò che stava accadendo, ha spinto
maggiormente il pubblico a cercare informazioni sul web, con tutte le
conseguenze del caso a cui abbiamo avuto modo di assistere negli anni
passati.

Nel caso specifico della pandemia, la disinformazione si è concretizzata
con la condivisione di indicazioni imprecise e del tutto fuorvianti
sull’efficacia delle mascherine, sulla sicurezza dei vaccini e su suggerimenti
improbabili, se non proprio pericolosi, per contrastare il contagio o i
sintomi della patologia
. Nonostante tutto, però, la disinformazione
sui social media continua ad essere un problema attuale, e difficile da
contrastare con gli strumenti di moderazione a disposizione dei servizi
social.




All’inizio del 2021 un gruppo di ricercatori del MIT in collaborazione
con gli atenei University of Exeter Business School e University of Regina
aveva condotto uno
studio, pubblicato su Nature
, tramite il quale era stato possibile
evidenziare come le persone, nonostante ritenessero importante condividere
solamente contenuti accurati, alla prova dei fatti non riuscissero a fare
ciò poiché la loro attenzione si soffermava, in maniera inconscia, su
aspetti diversi dall’accuratezza. In questo aspetto un ruolo fondamentale
era giocato proprio dall’esperienza d’uso delle piattaforme social, ove il
feedback istantaneo generato dalla condivisione portava gli utenti a
mettere l’accuratezza in secondo piano per badare maggiormente alla
gratificazione personale
.

Emerge ora uno
studio più recente
, condotto nei mesi passati da una collaborazione
tra ricercatori dell’Università di Yale e dell’Università della California
del Sud, che sembra identificare un comportamento ancor più preoccupante.
La condivisione di articoli avviene a prescindere dalla loro accuratezza o
meno: si tratterebbe infatti di una semplice abitudine o, peggio, di un
comportamento meccanico quasi involontario
.

I ricercatori hanno confezionato un fasullo post Facebook, con un titolo
e una grafica relativi ad un articolo, mostrandola ad un campione studio
al quale è stato chiesto di decidere se condividerlo. Gli articoli sono
stati divisi in maniera equa tra accurati e fuorvianti. Complessivamente
gli articoli accurati sono stati condivisi ad un tasso più elevato (il 32%
delle volte contro il 5% degli articoli fuorvianti). Tuttavia i
ricercatori hanno riscontrato come un sottogruppo di soggetti, quelli più
“dipendenti” da Facebook, hanno condiviso articoli accurati e articoli
fuorvianti in maniera abbastanza equivalente. Questo gruppo è stato anche
quello che ha mostrato maggiori tassi di condivisione, e il risultato è
che il 15% dei partecipanti si è reso responsabile di quasi il 40%
delle condivisioni di articoli fuorvianti.




Secondo i ricercatori i risultati dello studio indicano che la
condivisione di informazioni errate o imprecise non è necessariamente un
sintomo di faziosità
, ma un problema di una parte degli utenti che
cliccano semplicemente su “condividi” come comportamento
inconsciamente abitudinario
. Per verificare questa ipotesi i
ricercatori hanno organizzato un esperimento che costringesse le persone a
riflettere, chiedendo prima ai partecipanti di valutare l’accuratezza di un
titolo e poi eventualmente condividerlo. In questo caso gli utenti
“dipendenti” hanno ridotto la condivisione di titoli fuorvianti, ma hanno
comunque condiviso un quarto dei contenuti totali, mentre gli utenti meno
abituali hanno mostrato una minor inclinazione a condividere qualcosa di
falso.

I ricercatori hanno a questo punto ripetuto l’esperimento, con una
importante variazione: hanno usato titoli accurati, ma coerenti o contrari
all’orientamento politico dichiarato dai partecipanti allo studio. L’esito
è stato simile: gli utenti saltuari hanno condiviso titoli politicamente
affini ad un ritmo sette volte superiore rispetto ai titoli “contrari”
mentre gli utenti abituali di social network hanno condiviso ad un
ritmo maggiore ma in maniera abbastanza indistinta tra titoli affini e
titoli contrari rispetto al loro orientamento politico
.

Come accennavamo più sopra, gli esiti di una condivisione (il mi piace e
le eventuali ricondivisioni) rappresentano una specie di “ricompensa”
psicologica per gli utenti di social media
. Questo meccanismo di
ricompensa spinge gli utenti a condividere contenuti con maggior
frequenza, perché ciò aumenta anche la probabilità di ricevere la
ricompensa e sentirsi appagati, alimentando l’ego e la percezione di
essere rilevanti per gli altri
.

Partendo da questa considerazione i ricercatori hanno quindi provato a
cambiare il meccanismo di ricompensa. I partecipanti allo studio sono
stati sottoposti ad un periodo di “formazione” durante il quale dovevano
condividere titoli accurati o titoli fuorvianti a seconda del gruppo a cui
erano stati assegnati, ricevendo punti per le condivisioni effettuate in
accordo con la consegna. Dopo questo periodo è stata lasciata ai
partecipanti la libertà di condividere articoli come preferivano.




Ecco quindi un altro riscontro: chi è stato addestrato per condividere
disinformazione ha poi condiviso articoli fuorvianti con la stessa
frequenza con cui ha condiviso articoli accurati. Ma chi è stato
addestrato per condividere contenuti accurati ha in seguito condiviso
questo tipo di articoli con una frequenza tre volte superiore
rispetto ai contenuti di disinformazione, anche in assenza di una
ricompensa a farlo.

Prima della fase di addestramento ai partecipanti è stato sottoposto un
questionario, dal quale è emerso come i “condivisori seriali” erano più
propensi ad indicare che il loro scopo era quello di attirare l’attenzione
di altri utenti, dando meno importanza alla valutazione dell’attendibilità
e veridicità del contenuto condiviso. Il periodo di formazione ha quindi
in qualche modo “resettato” le priorità dei partecipanti, i quali hanno
continuato a condividere contenuti accurati anche se non vi era più alcuna
ricompensa per farlo.

Gli esiti degli esperimenti condotti dai ricercatori sembrano quindi
indicare almeno un aspetto positivo: la condivisione di disinformazione
non pare essere mossa da intenzionalità, nemmeno quando è affine alle
idee e visioni di chi materialmente la condivide
. Quello che però
risalta è il fatto che le meccaniche proprie del coinvolgimento nei social
media spingono verso un’abitudine alla condivisione che assume tratti
compulsivi e ciò è aggravato dal fatto che le società che offrono social
media sono ovviamente interessate a creare utenti abitudinari e
dipendenti. 

Un piccolo cambiamento dei meccanismi di coinvolgimento e “ricompensa” da
parte dei colossi del social media potrebbe avere conseguenze importanti e
positive sulla riduzione della condivisione di contenuti fuorvianti. Ma,
per qualche ragione, Facebook, Twitter e compagnia non sembrano
interessati.

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