La foto shock di Hjorth ci dice che la pena non può cominciare dalle indagini


Quando si è sotto la custodia dello Stato, non si dovrebbe essere sottoposti a trattamenti che si spingano al di là di quanto previsto dalle leggi. Sappiamo bene chi sono vittime e carnefici ma le vicende, dal fermo in poi, si separano

(Photo by Vincenzo PINTO / AFP) (Photo credit should read VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)

Cinque minuti o due giorni, il punto non cambia. Quando si è sotto la custodia dello Stato, non si dovrebbe essere sottoposti a trattamenti che si spingano al di là di quanto previsto dalle leggi. L’immagine che ritrae il 18enne Gabriel Christian Natale-Hjorth seduto su una poltrona di un ufficio della caserma del reparto investigativo di via In Selci a Roma, ammanettato, con le braccia dietro la schiena e con una benda sugli occhi, a capo chino, colpisce proprio tutti quelli che chiedono giustizia. Li separa nettamente da chi usa parole scivolose, come la Lega che fa sondaggi online per grattare la pancia dei boia da social network e il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Da chi cioè cavalca ogni possibile fatto di cronaca (e le sue distorsioni) da dare in pasto agli istinti più truci della popolazione, ormai priva di ogni vaccinazione e assetata di sangue, quel che serve a spingere un po’ più in basso gli standard di uno Stato di diritto.

E no, non solo perché quella foto, di cui ancora si ignorano l’autore e l’untore, potrebbe essere usata durante il processo a beneficio della difesa, per sostenere magari che le dichiarazioni del 19enne californiano – complice dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso dall’amico Edgar Finnegan Lee con 11 coltellate nella notte fra 25 e 26 luglio – possa essere stata estorta con metodi non proprio ortodossi. Ma perché ci racconta – contrariamente all’esempio e al sacrificio del 35enne militare – di un apparato di sicurezza che si pone sul medesimo livello di un potenziale assassino, tuttavia fino a quel momento indagato e non ancora ascoltato dai giudici.

Chi chiede giustizia, cioè tutti noi, chiede sempre una giustizia giusta, in linea con quelle garanzie che ciascuno potrebbe dover chiedere un giorno, di fronte alla legge. Quelle dell’art. 13 della Costituzione, secondo il quale “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. E quelle previste dal codice di procedura penale dagli articoli 384 in poi.

Da un semplice controllo in strada passando per arresti, fermi, indagini ed eventuali processi fino alle sentenze e alle modalità in cui l’eventuale pena verrà scontata. Forse l’intervento più sensato di queste ore è stato quello di Luca Bizzarri, ancora prima di sapere chi fossero gli indagati, nella mattinata del 26 luglio.

Ma è una posizione fortemente minoritaria, la nostra come quella di Bizzarri. Almeno, ascoltando l’aria che tira. Nessuno ha numeri chiari sul tema, bisogna valutare in base a chi fa più rumore. E in quel rumore si percepisce la convinzione che sta passando. Cioè che il trattamento riservato alle persone che, in diverso modo, sono nella custodia dello Stato possa godere di una profonda arbitrarietà, magari proporzionata in base a ciò che hanno (presumibilmente) fatto.

In questo, purtroppo, i casi di Stefano Cucchi e di tutti gli altri, da Federico Aldrovandi in poi, non sembrano averci insegnato nulla. Nonostante, come ricostruisca oggi su Repubblica Carlo Bonini, il comandante del reparto coinvolto nelle indagini sui fatti di Prati sia il colonnello Lorenzo D’Aloia, “un ufficiale per bene. Che si è guadagnato la stima della Procura di Roma e molti nemici nel Corpo. Perché è l’ufficiale che ha fatto ‘girare’ l’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. Che si è sottratto all’omertà di Corpo contribuendo a individuare chi aveva depistato, nell’Arma, la ricerca della verità”.

Eppure, nonostante la presenza di uomini di grande valore, dalle foto, anche da quella foto, fatte circolare come trofei trapela inoltre una crescente insofferenza di una parte delle forze dell’ordine per le garanzie democratiche. Non solo nel sottobosco dei social, fra fanatici con la divisa che alimentano bufale securitarie e altri personaggi a cui dovremmo delegare la nostra sicurezza, ma spesso anche in qualche scivolosa dichiarazione ufficiale. Come quei sindacalisti che parlano di “connubio indissolubile tra Lega e Polizia di Stato”. Che l’operazione dello scatto-shock sia stata fabbricata ad arte proprio per colpire D’Aloia e la linea di chi, nell’arma, crede nei “principi e valori giuridici” di cui ha parlato anche il premier Giuseppe Conte? L’unico, in queste 48 ore di delirio che ha impastato giornalismo e politica, superficialità e sfrenato sciacallaggio, a esprimere parole da uomo di Stato.

Infine, sbaglia chi insiste nel voler mettere in chiaro chi siano le vittime e chi sono i carnefici, come a giustificazione di un possibile sviluppo. Come se potessimo perderci la tragedia di un uomo caduto mentre faceva il suo lavoro per la sicurezza di tutti. Lo sappiamo bene, chi è morto con 11 fendenti, di cui uno al cuore, e chi dovrà con ogni probabilità risponderne. Tuttavia, dal momento in cui un indagato entra nel labirinto dell’apparato di sicurezza inizia – deve iniziare – un capitolo nuovo. Le vicende si sdoppiano: la sua custodia non può essere parte di una pena preventiva. Bisogna occuparsi di preparare la strada alla giustizia appurando dinamiche, responsabilità e omissioni raccogliendo elementi, testimonianze, fornendo agli inquirenti prove e indizi che non lascino spazio a dubbi. Non bisogna farsela da soli, la giustizia. Specie se si indossa una divisa.

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