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La guerra in Iran sta già facendo impennare il prezzo del petrolio, ma sarà Trump a determinare quanto

di webmaster | Mar 3, 2026 | Tecnologia


Per tutto il fine settimana – mentre i funzionari iraniani inviavano messaggi contraddittori sulla chiusura formale dello stretto – il traffico di Hormuz è sceso quasi a zero. Le compagnie assicurative hanno aumentato i premi sulle navi che transitano dallo stretto, mentre alcune imbarcazioni sono state colpite da attacchi con droni. Quello che sta accadendo, commenta Johnston, sembra più una “chiusura volontaria” che una chiusura ufficiale.

Impennata in vista?

Ma per il prezzo del petrolio, nei prossimi giorni potrebbero materializzarsi scenari ancora peggiori. Nel settembre 2019, una serie di droni ha colpito importanti impianti petroliferi a est della capitale dell’Arabia Saudita, Riyadh. Nonostante il movimento ribelle degli Houthi in Yemen abbia pubblicamente rivendicato l’attacco, le autorità statunitensi hanno incolpato l’Iran. L’episodio ha fatto salire temporaneamente i prezzi del petrolio del 15%.

Lunedì le autorità saudite hanno annunciato la chiusura di un’importante raffineria del paese in seguito agli attacchi, a cui va aggiunta la sospensione delle attività in altri giacimenti di petrolio e gas nella regione. Qatar Lng, l’azienda statale di gas naturale liquefatto nel paese, ha dichiarato lunedì di aver interrotto la produzione sempre a causa dei raid dei droni, facendo impennare i prezzi del gas in Europa.

Johnston sostiene che attacchi gravi e continui di questo genere potrebbero avere un impatto enorme sui prezzi. “Tornando all’analogia della canna d’acqua, sarebbe più come prendere una pistola e far saltare il rubinetto“, chiosa.

Clayton Seigle, senior fellow del think tank Center for strategic and international studies, è d’accordo. “Più l’Iran è disperato, più è probabile che usi l’energia come leva per portare avanti i propri interessi“, afferma. “Se un gran numero di petroliere abbandona il commercio del Golfo, e se le principali infrastrutture petrolifere vengono danneggiate, è probabile che vedremo di nuovo prezzi del greggio a tre cifre“.

La situazione negli Stati Uniti

Nonostante i molti soldi investiti nella campagna per la rielezione di Trump, i produttori di petrolio statunitensi hanno dovuto fare i conti con un anno difficile, caratterizzato da prezzi al ribasso e da politiche nazionali imprevedibili, a partire dai dazi (a gennaio il magnate petrolifero Harold Hamm – un importante finanziatore di Trump che ha molto influenzato la posizione a favore dei combustibili fossili del presidente – ha annunciato che avrebbe interrotto la produzione di petrolio di scisto in North Dakota per la prima volta in 30 anni a causa dei prezzi bassi). L’invasione russa dell’Ucraina iniziata nel 2022, che ha fatto schizzare i prezzi del petrolio a quasi 130 dollari al barile, è stata una manna per i produttori americani. È probabile che un’altra perturbazione simile del mercato globale in grado di far salire i prezzi aiuti le compagnie petrolifere degli Stati Uniti, il più grande esportatore mondiale di petrolio e gas. Questo però non significa che i produttori locali possano stare tranquilli nel breve termine. “Vorranno vedere come potrebbero essere influenzate le previsioni pluriennali sui prezzi“, dice Siegle.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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