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Da Wired.it :

La Lunga Notte registra numeri record: 3 milioni e mezzo di spettatori per la prima puntata della Fiction RAI diretta da Giacomo Campiotti e prodotta da Luca Barbareschi. Quindi tutto bene? No, assolutamente no. Questa è l’ennesima grande, dolorosa, occasione persa da parte della televisione italiana, quella firmata RAI e che non riesce ancora a fare quel salto di qualità necessario per offrire un prodotto moderno. La narrazione televisiva è profondamente cambiata, l’asticella si è alzata, e vedere come ci viene descritto quel Gran Consiglio del Fascismo che tra il 24 e 25 luglio del 1943 fece cadere Benito Mussolini, è veramente mortificante.

Una montagna che ha partorito un topolino littorio

La Lunga Notte comincia portandoci a tre settimane prima di quella data fatidica, con cui Benito Mussolini (Duccio Camerini) viene messo all’angolo, esautorato da parte dei suoi stessi fedelissimi, guidati da lui, dal famigerato Dino Grandi (Alessio Boni), Presidente della Camera dei fasci. L’Italia è stata piegata da una sequenza di sconfitte militari disastrose, gli alleati sono sbarcati in Sicilia, il paese è afflitto da una povertà e un dissenso ormai universale da parte del popolo italiano verso il fascismo non è più recuperabile. Quelle ore, con quel Gran Consiglio che tra il 24 e 25 luglio 1943, dette il via di fatto all’inizio del collasso del regime e pose le basi per l’8 settembre e ciò che ne seguì, era potenzialmente una fonte narrativa incredibile nelle mani produttive giuste. La Lunga Notte uno guarda i nomi del cast, chi è il regista, vede un produttore di lungo corso come Barbareschi e si sente ottimista, o quantomeno si aspetta qualcosa di minimamente in linea con la serialità moderna. Fiction, parola preistorica, identificativa di un certo stile televisivo, di quando c’era ancora la Lira e la RAI dominava unica e incontrastata.

Propaganda fascista

Il dirigente di 3-I, nominato appena lo scorso autunno, invia una mail delirante al cda citando il discorso del duce sul delitto Matteotti. Basterebbe la citazione fascista a giustificarne le dimissioni ma alla base c’è anche un tema di ignoranza istituzionale e trasparenza

In un certo senso, è perfettamente coerente con l’argomento trattato, con quella congiura contro il Duce che ne evidenzia la morte storica, politica, prima di quella umana che poi seguirà di lì a due anni. La Lunga Notte compie un altro errore fondamentale: spinge fin da subito su una teatralità di rappresentazione dell’iter narrativo e dei suoi protagonisti, che in breve si mangia ogni possibilità da parte del pubblico di entrare in empatia o cogliere il senso storico di ciò che la serie vuole trattare. Tutto è sopra le righe, tutto è stereotipato, tutto è vecchio nel modo in cui si cerca di gridare più che di spiegare, di parlarci di quell’Italia disperata e già sconfitta, di quei gerarchi che cercano come possono una via d’uscita. Esteticamente la fotografia aumenta l’effetto patinato e plasticato, il senso di totale innaturalezza che ci assedia in ogni scena, in ogni inquadratura. Anche qui, La Lunga Notte commette l’errore gravissimo di decidere che melodramma e narrazione storica debbano avere lo stesso peso o siano la stessa cosa. Non è così, non è mai stato così, bisogna scegliere, o meglio bisogna far vivere l’uno attraverso l’altro ma con il giusto tatto, la giusta chiarezza e delimitazione, senza prendere digressioni che portino fuori pista, che creino rivoli narrativi secondari senza senso. La sensazione finale spesso è quella di una serie di scene autocompiaciute attaccate l’una all’altra, senza che vi sia stata alcuna volontà di cercare un briciolo di coerenza.

Un fossile vivente televisivo fuori tempo massimo

The Crown ci ha insegnato così tanto negli ultimi anni su come si legano i personaggi all’iter diegatico, alla loro evoluzione, così come hanno fatto Succession, ma anche guardando in casa nostra L’Amica Geniale o The Good Mothers. E quindi appare incredibile che il risultato finale qui proposto sia stato dato per passabile. Ma guardate solo la recitazione esagitata, tutta sospiri, grida, pause melodrammatiche, l’incapacità di creare una vera intimità e una narrazione su più piani, di dare naturalezza. Siamo nel 2023, a chi dovrebbe arrivare un prodotto del genere? Che umanizza all’eccesso il peggio del fascismo, che anzi crea un cortocircuito morale e di interpretazione veramente inquietante. Non serve aver letto Giorgio Bocca o Emilio Gentile per sapere che Mussolini stesso, come poi Grandi, Ciano, Farinacci, Bottai, Scorza e gli altri, non erano tanto interessati al paese, agli italiani, quanto a sé stessi, alla propria sopravvivenza, al proprio tornaconto personale. Lo stesso vale per Casa Savoia che fuggì abbandonando tutti di lì a poco, così come si era assentata per vent’anni. La Lunga Notte si bea del suo appartenere ad una sorta di riserva di caccia per il pubblico degli -anta. Peccato, perché Boni ce la mette tutta, ma il suo Grandi come anti-eroe è francamente poco potabile, meglio non va al Duce di Camerini, così carico, così su di giri, così limitato nella sua dimensione di eccesso da apparire quasi deformato, caricaturale.

Tutti a Casa

Il capolavoro di Luigi Comencini rimane impareggiabile per comprendere cosa successe 80 anni fa, nei giorni dell’armistizio e di Casa Savoia in fuga

Termine troppo severo? Ma perché quando mai la fiction Rai non lo è stata, soprattutto involontariamente? Questa serie (pardon fiction) è un labirinto sconsolante di artificiosità, che si nutre di frasi fatte, di motti da operetta, cerca un’epica che si svuota come un pallone bucato. Davvero era così l’Italia del Gran Consiglio con i suoi protagonisti? Rimane de La Lunga Notte questa regia comunque onesta, una buona colonna sonora, ma ogni confronto non solo con The Crown, ma anche con ciò che un maestro come Bellocchio ha saputo fare e sa fare ancora oggi, è mortificante. Quella data, quella riunione fiume che decise molto della nostra Storia, meritavano un’altra mano, un’altra produzione, un’altra capacità di essere narrazione. E non date la colpa agli attori, che sono in realtà gli unici non colpevoli, spesso costretti dentro certi canoni artistici per mera sopravvivenza. La RAI è lo specchio del paese e siamo un paese ad immagine e somiglianza de La Lunga Notte: ci sopravvalutiamo mentre affondiamo nella mediocrità, pensiamo di essere innovativi dando spazio alla Petacci di Martina Stella o alla Maria José di Aurora Ruffino, uguali a come erano altre donne del nostro piccolo schermo di quarant’anni fa. Il che, in fondo, conferma che con il fascismo non abbiamo mai fatto veramente i conti, ed ecco perché non riusciamo a crearne una rievocazione che sia reale e tangibilmente scevra dall’enfasi.



[Fonte Wired.it]