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La meditazione non “spegne” affatto il cervello, come dimostrano i monaci buddisti

di webmaster | Feb 16, 2026 | Tecnologia


Con la samatha il campo dell’attenzione si restringe, come se si riducesse il fascio di luce di una torcia; con la vipassana, al contrario, il fascio si amplia”, spiega Karim Jerbi, professore di psicologia all’Università di Montreal e tra i coautori dello studio. “Entrambe le pratiche coinvolgono attivamente i meccanismi dell’attenzione. Sebbene la vipassana sia più impegnativa per i principianti, nei programmi di mindfulness le due tecniche vengono spesso praticate in modo alternato”.

Il team ha registrato diversi indicatori della dinamica cerebrale, tra cui le oscillazioni neuronali (note come onde cerebrali) e parametri legati alla cosiddetta “criticità”, un concetto mutuato dalla fisica statistica e applicato alle neuroscienze negli ultimi vent’anni, che descrive sistemi che operano al confine tra ordine e caos, una condizione considerata ottimale per l’elaborazione delle informazioni in un cervello sano.

“Un cervello con scarsa flessibilità si adatta male, mentre un eccesso di caos può provocare disfunzioni, come avviene nell’epilessia, ha spiegato Jerbi in un comunicato stampa. “Nel punto critico, le reti neurali sono sufficientemente stabili da trasmettere informazioni in modo affidabile, ma allo stesso tempo abbastanza flessibili da adattarsi rapidamente a nuove situazioni. Questo equilibrio ottimizza le capacità di elaborazione, apprendimento e risposta del cervello”.

Durante l’esperimento, i monaci hanno alternato brevi periodi di riposo a sessioni dedicate a ciascun tipo di meditazione, mentre la loro attività cerebrale veniva registrata da un sistema Meg ad alta risoluzione. I dati raccolti sono stati successivamente analizzati con strumenti avanzati di analisi dei segnali e di apprendimento automatico, per estrarre diversi indicatori di complessità e di dinamiche neuronali.

Una questione di equilibrio

I risultati, pubblicati sulla rivista Neuroscience of Consciousness, mostrano che entrambe le forme di meditazione aumentano la complessità dei segnali cerebrali rispetto allo stato di riposo. Questo suggerisce che, durante la meditazione, il cervello non entri semplicemente in una condizione di calma passiva, ma assuma una configurazione dinamica ricca di informazioni. Allo stesso tempo, i ricercatori hanno osservato una riduzione generalizzata di alcuni parametri legati all’organizzazione complessiva dell’attività neuronale.

Uno dei risultati più significativi è che l’analisi del coefficiente di deviazione della criticità ha permesso di distinguere in modo netto tra samatha e vipassana. Questo aspetto suggerisce che, sebbene entrambe le pratiche aumentino la complessità cerebrale, lo fanno attraverso configurazioni dinamiche differenti, coerenti con le diverse esperienze soggettive dei praticanti. In particolare, la vipassana tende ad avvicinare maggiormente il cervello al punto critico, mentre la samatha produce uno stato più stabile e focalizzato.

Secondo i ricercatori, quanto più il cervello si avvicina a uno stato critico di equilibrio, tanto più è in grado di funzionare con maggiore efficienza, flessibilità e capacità di risposta. Questo si riflette, per esempio, in una maggiore capacità di alternare i compiti o di immagazzinare informazioni.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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