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La memoria non è solo questione di testa, il “rumore di fondo” del corpo è essenziale per costruire nuovi ricordi

di webmaster | Mar 15, 2026 | Tecnologia


Testa, pancia, batteri

Quello che i ricercatori si sono chiesti è da quali fattori questo tracollo della percezione nervosa dell’intestino (e le sue conseguenze sulla memoria) legato all’invecchiamento possa essere guidato. D’altra parte le capacità cognitive non degenerano per tutti allo stesso modo: ci sono persone che anche a 80 anni mantengono una lucidità e una memoria da ventenni. E cosa c’è nell’intestino che cambia nel tempo ed è diverso da persona a persona? Il microbiota, cioè l’insieme di popolazioni microbiche che vivono nell’apparato digerente e che è noto giocare un ruolo cruciale per il benessere dell’organismo.

Per verificare, dunque, se la responsabilità principale del deterioramento dell’interocezione fosse dovuta “solo” all’età o se la flora intestinale fosse in qualche modo coinvolta, gli scienziati hanno messo in piedi un esperimento alquanto particolare: hanno messo a convivere topi anziani e topi giovani per un mese in modo che il loro microbiota si mescolasse, e hanno poi sottoposto gli animali a test di valutazione delle abilità cognitive. Quello che è emerso è che con questa convivenza forzata i topi più giovani hanno cominciato a mostrare gli stessi deficit di memoria degli animali anziani: faticavano a riconoscere nuovi oggetti e a uscire dai labirinti. Come controllo, i ricercatori hanno constatato che topi ormai anziani, ma cresciuti in ambienti sterili (senza contaminazioni microbiche, quindi), mantenevano capacità mnemoniche paragonabili a quelle che avevano in gioventù. Per gli esperti era evidente che qualcosa legato all’invecchiamento dell’apparato digerente fosse coinvolto nel deficit cognitivo e che questo qualcosa potesse essere trasmesso.

Un segreto nascosto nelle viscere

Analizzando la composizione del microbiota degli animali nell’arco della loro vita, i ricercatori hanno scoperto che con l’avanzare dell’età alcune specie batteriche, in particolare Parabacteroides goldsteinii, proliferano molto nell’intestino e che questa abbondanza è direttamente collegata al declino delle capacità mnemoniche. A fare danni è la cacca del microbo: gli acidi grassi a catena media (o mcfa, per esempio gli acidi decanoico e dodecanoico) prodotti come scarto metabolico si accumulano nell’intestino e avvelenano la comunicazione con il cervello. Come? I dati raccolti dagli scienziati suggeriscono che gli mcfa attivino un interruttore molecolare, chiamato Gpr84, presente su un tipo di cellule del sistema immunitario intestinale, scatenando una risposta infiammatoria locale.

L’infiammazione che spegne i ricordi

Quello che si produce è a tutti gli effetti uno stato infiammatorio, anche se – come si dice – di basso grado: le cellule immunitarie secernono molecole infiammatorie (citochine come l’interleuchina-1 beta) che fanno da interferenza ai sensori del nervo Vago. I segnali verso il cervello, in particolare verso l’ippocampo, la sede di creazione dei ricordi, quindi, diminuiscono. Secondo gli autori della ricerca, la perdita di uno stimolo sufficiente e costante proveniente dall’intestino fa sì che non si producano più engrammi, ossia le tracce fisiche (l’attivazione all’unisono di un gruppo di neuroni) che fissano l’esperienza. Il risultato sono i classici vuoti di memoria.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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