[ad_1] Neanche la più selvaggia delle fantasie avrebbe potuto immaginare quello che è successo, nella realtà, a Enzo Tortora, in uno dei casi di malagiustizia più deliranti e abissali della storia italiana. Marco Bellocchio lo ricostruisce in Portobello - dal…
Neanche la più selvaggia delle fantasie avrebbe potuto immaginare quello che è successo, nella realtà, a Enzo Tortora, in uno dei casi di malagiustizia più deliranti e abissali della storia italiana. Marco Bellocchio lo ricostruisce in Portobello – dal nome della celeberrima trasmissione della Rai che tra gli anni ‘70 e ’80 ha tenuto metà della popolazione incollata allo schermo – miniserie presentata al Festival del cinema di Venezia disponibile ora su Hbo Max. In quell’allucinazione kafkiana fatta realtà che fu il processo a suo carico, basato su un impianto di accuse lanciate da avanzi di galera (i pentiti, o meglio, i dissociati della Nco) e su una schiacciante mancanza di prove, il presentatore più amato d’Italia si presta con la sua tragedia a un racconto d’autore si fa denuncia dell’espressione più bassa dell’umanità: la menzogna. I primi episodi ricostruiscono gli anni della fama, il picco della carriera dell’idolo televisivo che teneva incollato allo schermo ricchi e poveri da Nord a Sud, adorato dagli spettatori che seguivano il programma d’intrattenimento con fervore religioso, ripetendo il nome della mascotte “Portobello” come quello del Signore alla messa domenicale.
Il varietà Portobello è una pietra miliare della mitologia televisiva nostrana, come Tortora ne era uno dei volti imprescindibili, un tesoro nazionale. Nella vita privata, era una persona posata e governata dalla ragione. E affidandosi al raziocinio il protagonista, interpretato da un Fabrizio Fabrizio Gifuni pressoché in totale identità col personaggio, tenta di mantenere la sanità mentale mentre i suoi accusatori, tipi grotteschi di una fiera dell’assurdo, gli danzano davanti descrivendolo come un camorrista incallito, come il “sessantesimo nella gerarchia”, come un disinvolto spacciatore e un accanito cocainomane. Gifuni interpreta Tortora come una vittima stoica, ma chi aveva solo qualche anno mentre scorrevano le immagini del presentatore ai telegiornali della Rai ricorda diversamente: ricorda lo sguardo di un uomo spaventato, confuso, annientato, l’ombra di se stesso. Le puntate centrali riportano l’esperienza di Tortora dietro le sbarre e le finali ricostruiscono la fase processuale, culminante in un quinto episodio dove l’aula giudiziaria diventa il teatro della menzogna.
ANNA CAMERLINGO

