La misteriosa nube di materiale radioattivo in Europa? Probabilmente proveniva dalla Russia


Nel settembre 2017 una nube radioattiva è stata rilevata in vari paesi d’Europa. Oggi un team mostra che il rilascio potrebbe essere avvenuto nell’impianto di riprocessamento di Majak in Russia, come già ipotizzato da tempo

materiale radioattivo
(foto: Mitchell Krog via Getty Images)

Nel settembre 2017 è stata rilevata una leggera nube di materiale radioattivo che ha viaggiato sopra l’Europa e ha coperto numerosi paesi del nostro continente. Si tratta dell’ultimo più grande rilascio di materiale radioattivo, dopo quello di Fukushima del 2011. Nonostante ciò, l’evento, che comunque non è associato ad alcun rischio per la salute (nulla a che vedere, dunque, con Chernobyl o Fukushima, appunto), non è noto a molti e rimane a tutt’oggi un mistero. Tutto è cominciato appunto alla fine di settembre 2017, quando il servizio meteorologico russo ha rilevato – come ha raccontato a suo tempo l’agenzia Reuters – una “quantità estremamente elevata di inquinamento da rutenio-106”, un isotopo radioattivo dell’atomo di rutenio, nei campioni di due stazioni meteorologiche nelle regioni meridionali dei monti Urali.

A oggi non sappiamo a cosa sia dovuto questo rilascio abbondante di materiale radioattivo: si è trattato di un incidente presso un reattore nucleare? Per rispondere, uno studio internazionale a firma di 70 esperti, condotto dall’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare (Irsn) in Francia e a cui hanno preso parte anche esperti dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale) della Lombardia e del Friuli Venezia Giulia, ha indagato le cause del fenomeno. Secondo gli autori, non sarebbe dovuto a un incidente a un reattore nucleare ma a un impianto di riciclo (riprocessamento) nucleare. I risultati sono pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas).

Livelli alti ma non ci sono rischi

Nell’autunno 2017, la nube di rutenio-106 ha raggiunto alti livelli in vari paesi europei, arrivando fino a 176 millibecquerel (dove il becquerel è l’unità di misura dell’attività di un isotopo radioattivo) per metro cubico d’aria, un valore pari a 100 volte superiore rispetto a quello rilevato per lo stesso isotopo (però solo tenendo conto del rutenio-106) dopo l’incidente di Fukushima. In Europa, i livelli più alti sono stati rintracciati in Romania. Gli esperti di tutto il mondo rimarcano che non ci sono rischi per la salute umana e per l’ambiente e questo valore rimane al di sotto delle soglie alle quali la concentrazione del composto risulterebbe pericolosa.

I dubbi sul luogo del rilascio

La presenza di livelli più alti di rutenio-106 è stata rintracciata in diversi paesi europei, soprattutto in ampie zone dell’Europa centrale e orientale, dell’Asia e della penisola arabica, anche se l’isotopo è arrivato anche ai Caraibi. Nessun paese si è preso la responsabilità di questo evento e non è possibile stabilire l’esatta provenienza del materiale radioattivo, ovvero il sito in cui è stato rilasciato. Tuttavia, l’ipotesi più probabile, formulata in questi anni dagli scienziati, è che sia avvenuto in qualche punto nella regione meridionale degli Urali. Nella zona c’è una città, Ozërsk, che ospita, nella zona di Majak, un impianto per la produzione di materiale nucleare.

I dati suggeriscono che il rilascio di rutenio-106 possa essere avvenuto in questo impianto. Fra l’altro, proprio qui, nel 1957 c’era stato un grave incidente (molto più importante e con caratteristiche differenti rispetto a quello di oggi) all’impianto di riprocessamento a Majak, noto come “incidente di Majak”, il terzo più grande al mondo dopo Chernobyl e Fukushima. Ma per quanto riguarda il problema del 2017 la società pubblica russa Rosacom, che opera in tutti i campi del nucleare in Russia, ha confermato con assoluta certezza che non è stato riportato nessun incidente o evento di rilievo presso questo o altri suoi impianti, come ha raccontato the Guardian. E le autorità russe attribuiscono il problema alla combustione di una batteria a radionuclidi (isotopi radioattivi) di un satellite durante il suo rientro in atmosfera. Insomma la questione delle cause è ancora dibattuta e rappresenta un mistero.

Lo studio di oggi

Ora gli autori hanno cercato di fare chiarezza sulla provenienza del materiale e per farlo hanno esaminato più di 1.300 misurazioni del materiale radioattivo in atmosfera. I dati provengono da quasi 200 stazioni in 29 paesi e sono stati raccolti da un network internazionale e informale che ha analizzato la questione. In primo luogo gli scienziati sono riusciti a datare l’evento intorno al 25-26 settembre 2017, nel pomeriggio. “Le misurazioni indicano che si è trattato del più ampio inedito rilascio di materiale radioattivo da un impianto civile di riciclo nucleare”, ha commentato Georg Steinhauser, ricercatore dell’Istituto di radioecologia e protezione dalle radiazioni dell’Università di Hannover, in Germania, che insieme a Olivier Masson ha coordinato lo studio di oggi.

Gli autori, infatti, ipotizzano che non si sia trattato di un incidente a un reattore nucleare e questa idea viene loro da due elementi essenziali. In primo luogo, i modelli fluidodinamici dei movimenti delle masse d’aria nei giorni precedenti mostrano che il fenomeno è compatibile con un rilascio nell’aria dell’isotopo radioattivo nel sito del complesso nucleare a Majak. Il secondo elemento è che a parte il rutenio-106 non ci sono altri radioisotopi e questo dato fa propendere per un rilascio che proviene dal riprocessamento di un combustibile nucleare esausto di due anni. Mentre cadrebbe, secondo gli autori, l’ipotesi del radioisotopo proveniente dalla combustione di materiale dalla disintegrazione di un satellite: questo perché la distribuzione del rutenio-106 non è compatibile con un evento di questo genere.

“Siamo in grado di mostrare che l’incidente è avvenuto durante il riprocessamento degli elementi dal combustibile nucleare esausto, in uno stadio molto avanzato [del riprocessamento, ndr], poco prima della fine del riciclo”, ha sottolineato Steinhauser. “Anche se attualmente non ci sono dichiarazioni ufficiali, abbiamo un’idea piuttosto chiara di ciò che potrebbe essere accaduto”. Insomma, la certezza non c’è, anche se gli autori pensano che quanto da loro descritto sia molto probabile.

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