La parabola dell’ex capo comunicazione M5s Debora Billi è un manifesto


Dice di aver scritto decine di post per il blog di Grillo (nessuno dei quali a suo nome) e inventato l’infausta espressione “taxi del mare”: nella storia della giornalista no global diventata sovranista c’è tutto di questi anni

Luigi Di Maio (foto: Giuseppe Ricciardiello/Pacific Press/LightRocket via Getty Images)

L’ex capo della comunicazione web del Movimento 5 stelle, la giornalista Debora Billi, ha salutato e se n’è andata. “Mi piace pensare che Gianroberto avrebbe approvato”, ha scritto su Facebook Billi, storica pasionaria grillina che ha seguito il Movimento in infinite battaglie. La decisione del partito, confortata dal voto della piattaforma Rousseau, di allearsi col Pd è stata la goccia che per lei ha fatto traboccare il vaso.

Ma il suo addio, denso di acrimonia, ci offre l’occasione per riflettere sulle modalità di concepire la militanza nel partito che alle ultime elezioni nazionali ha conquistato circa un voto su tre, dopo un’ascesa senza precedenti nella storia italiana, specie per un’entità politica nata in rete.

“FINALMENTE LIBERA”. Esordisce così, a lettere maiuscole, Billi nel post che ha fatto già centinaia di condivisioni nel momento in cui scriviamo. Ed ora che è libera (soprattutto da eventuali not disclosure agreement firmati con Casaleggio) fin dalle prime righe getta in faccia al lettore il motivo della rottura con il padre-Movimento: “L’obbrobrio che si è consumato nel Palazzo”, vale a dire il ribaltone politico con il nemico storico di sempre, “ha superato in nefandezza il golpe del 2011”.

Di post del genere se ne sono letti molti in questi giorni, nei quali sta andando in scena un vero e proprio shock psicologico per molti elettori grillini. Il punto è che Billi non è una militante qualsiasi: ha lavorato per cinque anni alle dirette dipendenze di Rocco Casalino e di Ilaria Loquenzi nel “gruppo comunicazione” del Movimento alla Camera, “che la stampa considerava onnipotente”, spiega lei. Aggiungendo: “Ho scritto decine di post per il blog di Beppe, nessuno dei quali a mio nome, e alcuni dei quali finiti sulle prime pagine”.

Cosa ci dice quest’ammissione? Che oltre a essere il partito che ha proletarizzato meglio di chiunque altro la figura del piccolo imprenditore per creare una sorta di contenitore vuoto dove infilarce le vittime – vere o presunte – più disparate, il M5s è stato, e forse sarà ancora, un movimento capace di reinventare figure borghesi in crisi in modi a volte surreali.

L’esempio di Billi è davvero emblematico. Chi era prima di assurgere a un ruolo così apicale? Blogger indipendente sulle questioni ambientali e sociali, poi (come tanti altri) finita sul Fatto quotidiano, dove discuteva della legittimità del concetto di nazionalpopolare a proposito dei post di successo sui social. Da lì arriva l’attenzione del Movimento: qualcuno la nota, apprezza il suo stile divulgativo e l’assume. Leonardo Tondelli, scrittore e insegnante che ha studiato da vicino il partito di Di Maio, ha spiegato“Anni fa aveva un paio di blog sulla ‘crisi sistemica e cambio di paradigmi’. Parlava del picco del petrolio, dell’emergenza climatica, raccontava pazientemente ai terremotati la differenza tra fracking e trivellazioni. A un certo punto comincia a scrivere meno e a seguire Grillo, apre un blog movimentista sul Fatto quotidiano ma ci scrive poco, e a un certo punto non ci scrive più”.

A distanza di anni,Billi annuncia di lasciare quel gruppo che l’ha tolta dalla notorietà virtuale per farla lavorare nell’ombra. Billi racconta di aver vissuto anni entusiasmanti, anche se gli sono costati qualche boicottaggio (“a rendermi la vita impossibile e poi a buttarmi fuori nel 2018 furono alcune mezze figure di capacità nulle, e qualche arrampicatore che ha poi fatto carriera”). Rivendica, tra le altre cose, di aver inventato l’espressione taxi del mare scritta da Luigi Di Maio in riferimento alle ong del Mediterraneo, che tanto fece discutere l’estate di due anni fa, prima che il M5s conquistasse il potere.

Billi lo rivela con candore, come un vanto professionale da esibire sul curriculum. Peccato che i fatti (e le inchieste) dicano tutta un’altra cosa, vale a dire che le ong nulla hanno a che fare con gli scafisti, e gli studi abbiano dimostrato che non esiste correlazione tra presenza delle ong in mare e partenze dalle coste nordafricane. Quello che in gergo si chiama pull factor, che l’allora candidato premier Di Maio tentò di sfruttare per fini elettorali non è mai stato provato, e l’utilizzo dell’espressione taxi riferita a barche che salvano vite in mare lasciò esterrefatti anche molti simpatizzanti di Beppe Grillo.

Ma per Billi tutto ciò non conta: lei, fideisticamente, sembra credere più in ciò che desidera (o desiderava) che in ciò che è diventata veramente.

La spin doctor del M5S è un esempio interessante di quella traiettoria impazzita che ha portato molti grillini dal no-globalismo dei primi anni Duemila al sovranismo. È in quegli ambienti che si diffonde il blog di Grillo degli esordi, quello in cui si parla di azzardate soluzioni ambientaliste, di utopie tecnologiche (la democrazia diretta via internet, del resto, era un concetto che girava già nei collettivi anni Novanta).

È innegabile come il Grillo delle origini fosse molto attraente per chi veniva da un certo tipo di antagonismo. Che poi ha scoperto come Gianroberto Casaleggio e Rocco Casalino fossero comunicatori molto più efficaci di Vittorio Agnoletto, Fausto Bertinotti o il rappresentante di un centro sociale. Non tutti hanno seguito questa strada, anzi. Ma è indubbio che il Movimento abbia rappresentato la casa politica ideale per molti dei delusi degli anni Zero.

Da figura tipicamente rappresentativa di una certa controcultura no global, Billi ha deciso così di mettersi al servizio del partito nato “per aprire gli occhi” ai cittadini, come da sua definizione. Se questa prevedeva l’aver diffuso fake news, poco importa: lei, pur di raggiungere il suo obiettivo ideologico, lo ammanta di “lavoro giornalistico” e ci chiede di accettarlo di buon grado. Va segnalato che persino Luigi Di Maio si è rimangiato quella frase sui taxi del mare. Al contrario, Salvini l’ha cavalcata alla grande, coniando persino l’espressione “vicescafisti”.

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