I due, non è difficile capirlo perché il film lo urla almeno venti volte, sono “fede” e “ragione”. Il boss pretende che i suoi seguaci credano in lui ed eseguano ogni ordine, terrorizzati dal suo contatto con forze potenti; il medico crede nella scienza e cerca di dare ordine a quel mondo attraverso il sistema scientifico di test, prove e lavoro di laboratorio. Queste due visioni di mondo a un certo punto si confrontano anche in un dialogo scritto così male che non ci si crede che sia sempre Alex Garland ad averlo sceneggiato.

Se tuttavia il peccato di avere un sottotesto banale, esposto male e per nulla interessante è in fondo veniale per un film come 28 anni dopo – Il tempio delle ossa (nessuno va a vederlo sperando in un serio dibattito), è ben più grave che non abbia niente del fascino postapocalittico. Non capiamo granché di più di quel mondo e quel poco che viene scoperto è abbastanza puerile. Nel film di Boyle si faceva già un po’ di antropologia degli infetti, cioè come si sono organizzati, come fanno branco e cosa stanno diventando visto da fuori, così da farci capire che cominciano ad avere diritto di esistere anche loro. In questo invece c’è psicologia spicciola degli infetti, vita da dentro, trasformando uno di loro in un personaggio con cui empatizzare. Psicologia risibile non tanto scientificamente, perché essendo finzione si può inventare quel che si vuole, ma proprio narrativamente, per gli esiti a cui porta la trama e per i modi maldestri con cui lo fa.

La saga di 28 anni dopo tocca il suo punto più basso con Il tempio delle ossa

Sony Pictures

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