La scissione di Renzi è una scommessa rischiosa sul futuro dell’Italia


L’ex sindaco di Firenze brucia il “sacrificio” di Zingaretti sul Conte Bis e strappa, ma in ritardo sui tempi. E un suo fallimento avrebbe un costo enorme per il paese

(Foto Fabio Cimaglia/LaPresse)

Alla fine anche Nicola Zingaretti rimane vittima della tattica renziana: dopo aver costretto il segretario ad accettare il governo Conte Bis e a rinnegare il voto (che lo avrebbe privato del controllo su gran parte dei gruppi parlamentari) l’ex sindaco di Firenze esce dal partito prima del previsto, rendendo del tutto inutile il sacrificio compiuto dal presidente del Lazio appena qualche giorno fa per salvare l’unità del Pd. Ma la scissione è arrivata ancora prima del previsto, per fare della prossima Leopolda l’evento fondativo di un nuovo partito di centro-qualchecosa. O forse, un partito che occupi “lo spazio del futuro”, come spiega nella lunga intervista a Repubblica l’ex premier fiorentino.

Dopo il disastroso referendum costituzionale del 2016 Matteo Renzi gioca dunque ancora d’azzardo con quel 5-10% che pensa di avere in tasca – i sondaggi gli attribuiscono la soglia bassa della forchetta, a dirla tutta – e forse con quel che pensa di drenare da un’altra vittima, Forza Italia e il plotone legato a Mara Carfagna – oltre che, magari, ai calendiani e a qualche altro pezzo di pseudoriformismo fluttuante. Il senatore scommette quindi su un soggetto liberal, per quel che possa significare dalle nostre parti, che di fatto ancora non esiste. E che, se si escludono i comitati messi in piedi nei mesi scorsi, non è che un trapianto parlamentare dal corpo martoriato dei democratici.

La scelta arriva nel momento di crisi di popolarità dell’ex premier: il paese sembra averlo disconosciuto, eliminato dalla propria memoria recente, espulso nel giro di pochi anni. I sondaggi dei giorni scorsi gli davano livelli di apprezzamento inferiori a quelli di Conte, Gentiloni, Meloni, Salvini, Di Maio, perfino di Roberto Speranza. Una mossa a prima vista bizzarra, che si spiega però con una considerazione: più che alla sua persona e alla sua azione politica, Renzi attribuisce evidentemente gran parte della responsabilità di quel mancato consenso al Pd medesimo, al fuoco amico, al partito di cui è stato segretario mentre era presidente del Consiglio. La scommessa è tutta qui: capire quanto valga un Renzi fuori dal Pd, con un suo soggetto macroniano.

La scissione (che secondo Renzi sarebbe meglio chiamare “novità”) arriva però fuori tempo massimo. Questa casa “dove i Millennial possano fare la differenza” andava compiuta prima del referendum del 2016, o al massimo subito dopo, per rispondere con dignità e concreto slancio sul futuro a un paese che aveva rigettato la sua visione istituzionale.

Finalizzarla ora, dieci giorni dopo aver spinto il segretario Zingaretti – che fino a prova contraria chiedeva pubblicamente elezioni – a ingoiare un esecutivo coi 5 stelle solo per avere più tempo per costruire il suo nuovo partito appare di un cinismo senza eguali. Così come non ha alcun senso – se non militare – che molti dei renziani di ferro, a partire dal capogruppo dei dem al Senato Andrea Marcucci, restino nel Pd. Se lasci il partito, porti tutti i tuoi fuori da quel perimetro anche a costo di mollare posizioni di rilievo: non si lascia la guarnigione in un campo diverso dal proprio – se non con l’obiettivo di fiaccarlo ancora di più, fino all’estinzione.

L’operazione, che parlerà “dell’Italia del 2029” e che Renzi lancia con l’usuale entusiasmo, a tratti contagioso, nella sua intervista, potrebbe da un lato restituire qualche segnale di vita alla sua sinistra. E forse – ma dipenderà dalle idee, e questa è l’epoca delle scelte radicali – perfino costruire quello spazio definitivamente slegato dagli schemi novecenteschi, in un’epoca in cui per il liberalismo classico sembra esserci ben poco spazio.

Dall’altro lato, se questo progetto fallisse o anche se non riuscisse a pieno, la mossa comprimerebbe ancora di più l’area di centrosinistra e in generale democratica. Finendo per consegnare definitivamente l’Italia alle destre xenofobe alla prima occasione utile: a quel punto la “strada meno battuta” citata da Renzi si rivelerebbe anche quella lastricata di buone intenzioni, che sappiamo bene dove conduce.

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