Motorvalley è quello che fa per voi se aspettavate una serie che parlasse dei motori di casa nostra, per così dire. Il Gran Turismo è protagonista di questi sei episodi firmati da Matteo Rovere e la sua Groenlandia, un prodotto leggero ma non superficiale, accessibile, creato per un pubblico trasversale, ma soprattutto per gli amanti della velocità e delle auto.

Donne e motori ma non come è stato fino ad ora

Motorvalley è il nome con cui viene definita l’Emilia Romagna, dove sono nati i grandi nomi dell’auto italiana. Ferrari, Maserati, Ducati, Lamborghini, Stanguellini e tanti altri, insomma qui si nasce con il carburatore già nel cuore, per così dire. Parliamo di un sistema che non è solo economico, ma ha creato una vera cultura dell’auto, e dove sport e identità contano tantissimo. Ed è qui che facciamo al conoscenza di Elena Dionisi (Giulia Michelini). La scuderia di famiglia, tra le più importanti del Gran Turismo, e che in passato aveva in lei la mente e il cuore, è ora nelle mani del fratello Giulio (Giuseppe Spata), con il quale i rapporti sono a dir poco al minimo. Elena infatti è stata squalificata e allontanata per condotta irregolare, ma ora, un anno dopo, vuole tornare nella mischia e decide di fondare una nuova scuderia. I suoi passi si incrociano con quelli della giovane, ribelle ma talentuosissima Blu Venturi (Caterina Forza), che è tanto veloce in pista quanto a finire nei guai. Serve un mentore ed è qui che fa la sua comparsa Arturo Benini (Luca Argentero). Ex pilota, promessa mai mantenuta del volante, pure lui se la passa malino, anche economicamente, e diventerà l’allenatore di Blu. Ma il trio dovrà vedersela con problemi economici, caratteri poco compatibili, una concorrenza agguerrita e anche qualche personaggio poco raccomandabile che infesta la Motorvalley.

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Matteo Rovere ci ha regalato dieci anni fa Veloce come il vento, film di assoluto pregio sul tema, oggettivamente il migliore di sempre mai fatto in Italia. Ora, dopo La legge di Lidia Poet e Supersex, torna su Netflix scaldando ancora una volta gli pneumatici con questi sei episodi, scritti assieme a Francesca Manieri e Gianluca Bernardini. Il risultato finale? Interessante e anche di difficile decifrazione, ma non nell’accezione negativa del termine. Perché Motorvalley è sì un prodotto declinato in modo palese per il nostro pubblico televisivo più normy, ma allo stesso tempo qualcosa di più complesso. La cosa più strana di cui mi sono accorto guardando gli episodi, è che i suoi difetti o punti deboli, palesi e mai nascosti, alla fine hanno contato come i suoi pregi per dargli un’identità chiara, per nulla disprezzabile. Ci si diverte a seguire Giulia Michelini e Caterina Forza, due lati della stessa medaglia, due donne in un mondo di motori che è stato sempre dominato dagli uomini. Il tema è sviluppato bene, senza essere troppo retorico o telefonato, Rovere sceglie una declinazione più sotterranea, meno populista e sgraziata di quanto tanti altri avrebbero fatto. Anche per questo, Motorvalley riesce a donarci dei personaggi con cui è facile empatizzare, non perché si rifanno semplicemente a qualcosa di noto (il pilota che ha fallito, il giovane talento, la manager ambiziosa), ma perché tutto va verso una direzione coerente e godibile, per quanto un po’ telefonata.

Una serie che bilancia benissimo pregi e difetti

Giulia Michelini di donne forti ce ne ha date tante in carriera, questa è una delle più interessanti, perché tormentata da errori, dubbi e dal fatto di essere vista come l’eterna seconda, in una dinastia molto maschio-centrica. Bene anche la Forza, con questa aspirante pilota tosta, incostante, senza grandi punti di riferimento, incorreggibile almeno fino ad un certo punto. Luca Argentero è forse il segreto dietro la gradevolezza dell’insieme. Per quanto la parlata romagnola lasci a desiderare (ci hai provato), dimostra di calarsi bene nel personaggio, questo scafato ex talento di provincia, flemmatico, un po’ orso, dalla battuta pronta, che a parte i motori non è che se la cavi molto bene con il resto della vita. Motorvalley forse aggiunge un po’ troppa carne al fuoco questo sì. Se Rovere si fosse limitato a creare una sorta di Cobra Kai tricolore, per intenderci, un classico racconto di rivalsa, sarebbe stato più semplice. Infilarci dentro padri malati o defunti, liaison romantiche lampo, oltre alla dinamica familiare già citata, fa a volte perdere equilibrio all’insieme, allunga il brodo senza che ve ne sia motivo. F1, Le Mans ‘66 e Rush e lo stesso Veloce come il vento ci hanno insegnato che tutto deve ruotare attorno al motore ruggente, alla velocità, all’epica sportiva, gli altri ambiti devono fungere da puntello e contorno. Motorvalley qui paga un po’ troppo dazio alla fiction italiana classica, per così dire.

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La regia in Motorvalley è convincente, le scene di corsa, sia sportive che non, sono state girate con grande cura, il lavoro degli stunt e dei preparatori è chiaramente di alto livello. Altra sorpresa gradita (e non l’avrei dato per scontato) è la chimica tra i protagonisti, al di là di un eccesso di ambizione che li permea, con Blu per esempio che pare essere stata creata quasi a comprendere in sé ogni concetto di diversità che fosse possibile immaginare, anche a costo di andare fuori pista. Ma presi assieme, hanno comunque la capacità di farci credere a questa storia impossibile, come solo quelle di ogni sport movie che si rispetti sanno essere fin dai tempi di Rocky Balboa. I dialoghi pure non sono male, diversi i momenti divertenti che funzionano, quelli toccanti o romantici invece sono un po’ ficcati in mezzo a forza, quasi di fretta, ma era scontato succedesse in un prodotto di questo tipo. Non farà la storia del genere Motorvalley, ma è un prodotto assolutamente godibile, appartiene a quell’intrattenimento che al pubblico moderno piace e segue con entusiasmo, e ha anche la capacità di onorare una regione, una cultura, una passione. Bello come poi non si spinga sulla retorica del vincente a tutti i costi, dell’eccezionalismo, ma su quella del limare i propri difetti e perdonare agli altri i loro. In fondo, qui siamo in Emilia Romagna, non in California, per fortuna.

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