(di Chiara Venuto)
LUCA TOMASSINI, ‘L’ILLUSIONE INTELLIGENTE’ (Edizioni FiordiRisorse, pp. 256, euro 25).
Innovazione, problema etico, trasformazione del lavoro, crisi geopolitica. Sono tutte parole utilizzate quando si parla di intelligenza artificiale. E che sono state utilizzate dall’imprenditore e accademico Luca Tomassini ne ‘L’illusione intelligente – Democrazie fragili, lavoro smaterializzato e il mondo ridisegnato dall’intelligenza artificiale’, in uscita il 15 gennaio per Edizioni FiordiRisorse (pp. 256, euro 25), con prefazione di Carola Frediani e postfazione di Giuseppe F. Italiano.
Si tratta di un libro che non punta né a creare allarmismi né a guardare alla tecnologia con ingenuità. Parte da un riassunto di come dal secolo scorso ad oggi l’evoluzione tecnologica abbia influenzato la società, l’economia, la cultura e le relazioni sociali, senza dimenticare che “nessun ambito ha risentito della trasformazione digitale quanto la democrazia”, anche per via della riscrittura “dell’intera percezione del dibattito pubblico” dopo l’avvento dei social e la conseguente disintermediazione della comunicazione politica.
Una “crisi della verità”, insomma. Ora, pure l’IA porta con sé mutamenti drastici, già oggetto di altre ansie collettive, come quella della “sostituzione”, che non riguarda più “soltanto l’operaio” ma pure le professioni intellettuali, con “l’insicurezza che diviene condizione permanente”, si legge nel volume. Tomassini scrive anche dei rischi legati alla produzione della tecnologia stessa, che riflette gli interessi e le spinte delle potenze geopolitiche, oltre ai limiti stessi dei dataset – in parte basati su pregiudizi e discorso d’odio – e le problematiche ambientali.
A tutto questo, l’autore contrappone la necessità di applicare quello che definisce “il principio umano-centrico”, per avviare “un ribaltamento di prospettiva – scrive -. Finora, l’IA è stata spesso presentata come una corsa competitiva, ma tale logica rischia di alimentare nuove forme di disuguaglianza e di concentrazione di potere. L’umano-centrismo, al contrario, suggerisce che la misura del progresso non sta nella grandezza degli algoritmi, ma nella capacità di promuovere la dignità di ciascuno”. Non si tratta di “romanticismo”, afferma, “ma la condizione per una tecnologia che duri e che sia accettata”.
Perciò, continua, è ad esempio necessaria l’adozione di strumenti come “la formazione continua”. Dato che “se i mestieri nascono e muoiono nell’arco di pochi anni, non basta più imparare un lavoro da giovani e portarselo dietro per tutta la vita”, ragiona Tomassini, ma “occorre un sistema che accompagni ogni generazione lungo tutto l’arco professionale”, in “un vero e proprio diritto permanente all’aggiornamento” che faccia parte del “patto sociale” così che “nessuno rimanga indietro di fronte all’automazione”.
Soprattutto, afferma l’autore, c’è bisogno di sviluppare “la capacità di credere nel digitale come progetto collettivo” perché il compito che ci attende non è “solo tecnico, ma anche culturale e politico”. Il rischio a cui si va incontro, conclude, “non è che l’IA diventi troppo potente, ma che noi ci rendiamo troppo deboli: che l’efficienza ci accechi, la velocità ci smarrisca, il fascino delle macchine ci faccia dimenticare l’umano”.
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