La vera storia dei Men in Black


Gli uomini in nero fanno parte del folklore ufologico da oltre sessant’anni, e la genesi e l’evoluzione di questa leggenda sono forse più interessanti dei sequel dei Mib

(foto: Columbia Pictures/Getty Images)

Men in Black: International è appena uscito in ma non si prevedono file al botteghino. L’accoglienza della critica del quarto capitolo della saga, sia a livello nazionale che internazionale, è stata piuttosto tiepida, se non proprio ostile. E se gli incassi sono di tutto rispetto a confronto del budget, parliamo di un blockbuster estivo nella media. Insomma, da quel lontano 1997, nessuno è stato capace di fare un sequel all’altezza dell’originale, con i suoi 98 minuti di battute e scene memorabili e quello sparaflashare entrato nel gergo. Ma da dove venivano i Men in Black, prima che Barry Sonnenfeld li facesse scoprire al mondo intero? Nei titoli di testa (a loro volta un piccolo capolavoro) si legge che il film è basato sul fumetto The Men in Black creato da Lowel Cunningham. Tecnicamente, è vero: i personaggi principali derivano da una serie a fumetti creata nel 1990 (acquisita da Marvel nel 1994) e illustrati da Sandy Carruthers. Ma Cunningham non è l’inventore degli uomini in nero, e la loro storia è cominciata più di sessant’anni fa.

L’ufologo impaurito

La leggenda dei Men in Black è legata al nome di Albert K Bender, fondatore di una delle prime associazioni ufologiche, l’International Flying Saucer Bureau (Ifsb). Appassionato di occultismo e acriticamente attratto da presunti fenomeni paranormali, non rientrerebbe nella definizione di ufologo critico, ma fino agli anni Sessanta ha avuto un’enorme influenza. Nel settembre del 1953 Bender convocò i suoi collaboratori più fidati e raccontò che tre uomini del governo lo erano andati a trovare e gli avevano rivelato il segreto degli ufo. Non poteva però parlarne, non in quel momento, e anzi avrebbe dovuto smettere di interessarsi al fenomeno, altrimenti lo avrebbero messo in prigione.

Dopo l’incontro, Bender era stato male per tre giorni: non disse altro agli amici, se non che erano vestiti di nero. In breve, Bender sciolse l’associazione e abbandonò le sue pubblicazioni. La storia sarebbe potuta finire lì, ma l’anno successivo Gray Barker, principale collaboratore di Bender, già raccontava dell’inquietante esperienza dell’amico in un articolo. Poi, nel 1956, ne parlò nel suo libro They Knew Too Much About Flying Saucers, sostenendo che quanto capitato a Bender non fosse un caso isolato.  Nel frattempo Barker, che era anche un editore, continuò a insistere perché Albert Bender scrivesse un resoconto completo di quell’esperienza. Alla fine Bender si convinse, e consegnò il manoscritto, che uscì nel 1962 col titolo Flying Saucers and the Three Men.

Le metamorfosi degli uomini in nero

Nel libro Bender non parlava più dei Men in Black come agenti governativi, ma rivelava che erano alieni a loro volta. Non alieni qualunque, ma quelli dietro all’avvistamento del mostro di Flatwoods, un memorabile caso ufologico del 1952 che sia Bender che Barker conoscevano bene (oggi è tra i mostri del videogioco Fallout 76).

Dotati di poteri paranormali, avrebbero trasportato Bender alla loro base al Polo Sud, spiegandogli che erano sulla Terra per estrarre qualcosa che a loro serviva dall’acqua marina. Gli consegnarono un dispositivo che avrebbe monitorato il suo silenzio fino alla fine della loro missione, nel 1960. La storia di Bender metteva alla prova il senso critico anche degli ufologi meno razionali ma, come ha osservato Giuseppe Stilo del Cisu, associazione ufologica di orientamento razionalista, quella pubblicazione segna la fine del primo ciclo di creazione del mito. Gli uomini in nero di Bender, soprattutto grazie a Barker, cominciavano a entrare nel folklore ufologico. In riporta Stilo, se ne parlò già nel 1956 sulla Domenica del Corriere, ma è negli anni ’60 che il fenomeno si espande.

Che si tratti di agenti governativi che devono insabbiare il fenomeno ufo, o alieni che vogliono nascondersi, aspetto e comportamento degli uomini in nero avvistati tenderanno a variare intorno a uno stereotipo. Quasi sempre vestiti di scuro, ma non sempre con una scintillante divisa, a volte possiedono capacità paranormali e si comportano in modi bizzarri. Camminano e si muovono in modo strano, prediligono grandi macchine scure, e spesso sono in tre. A questo proposito Edoardo Russo e Paolo Toselli del Cisu notano che i Men in black potrebbero non essere un’assoluta novità del panorama leggendario. Secondo il folklorista Peter Rojcewicz sarebbero incarnazioni moderne di figure mitologiche come il trickster o il diavolo stesso. Anche prima dell’inizio del fenomeno ufo (1947) sono circolate sulla stampa storie su uomini misteriosi che intimidivano i testimoni degli avvistamenti di aeronavi. In questo caso l’ipotesi extraterrestre era minoritaria, e i presunti velivoli erano interpretati soprattutto come tecnologia nemica.

Se il mito dei Mib si deve ad autori come Bender e Barker, e si è probabilmente avvitato su tradizioni precedenti, rimane comunque da spiegare chi fossero le persone identificate come uomini in nero. In altre parole, di solito un testimone vede qualcosa prima di raccontarlo a modo suo. Tra i pochi casi che è stato possibile approfondire, Russo e Toselli spiegano che il più delle volte i Mib si sono rivelati normali membri delle forze dell’ordine, o addirittura ufologi. Non si può però escludere che, in un periodo in cui il governo degli Stati Uniti si domandava cosa fossero gli ufo (in particolare se fossero una minaccia straniera), alcuni ufologi, e forse lo stesso Bender, abbiano ricevuto effettivamente visite da parte di agenti interessati.

Dal folklore ufologico, al fumetto, al film

Una volta creato il mito degli uomini in nero, saranno altri autori a tenerlo. Tra questi uno dei più significativi è stato John A Keel. Con lui nasce la sigla Mib, e viene introdotta un’altra particolarità degli incontri con gli uomini in nero: i testimoni sono abbagliati con misteriosi flash. Ma alla fine per J e K dobbiamo prima di tutto ringraziare Dennis Matheson, un amico del fumettista Lowel Cunningham. Un giorno qualunque degli anni ’80 i due erano in auto assieme quando una vettura nera li sorpassò: Matheson osservò che sembrava proprio il tipo di auto che avrebbero guidato i Men in black. Cunningham, nonostante fosse appassionato di fantascienza, non ne aveva mai sentito parlare prima. L’amico allora, descritto come un esperto in quel genere storie, lo ragguagliò sulle basi di quella leggenda (allora) piuttosto confinata agli appassionati di ufo e paranormale. Cunningham, che all’inizio pensava a una serie tv, riconobbe la potenza di questo folklore ufologico e, nonostante la commedia d’azione che ne sarebbe nata, lo reinventò in forma horror/dark.

Il primo numero di The Men in Black. Cover di Max S Fellwalker, via Wikimedia Commons (Fair use)

I Mib del fumetto infatti non erano proprio dei buoni un po’ pasticcioni, ma facevano letteralmente la guerra a zombi, mutanti, vampiri e qualunque altra creatura poco desiderabile, con gli alieni ridotti a comprimari. In ogni caso Cunningham, nonostante il successo, non è stato il primo a portare il mito dei Men in black nelle pagine di un fumetto. Il primo numero di Martin Mystère, del 1982, si intitolava appunto Gli uomini in nero. Alfredo Castelli, creatore del fumetto, conosceva la storia di Bender e ha usato quell’idea suggestiva per creare un’antica setta, diffusa capillarmente, che sopprime ogni verità ritenuta scomoda, di tipo ufologico e non.

Con un’evoluzione così lunga e complessa è davvero uno spreco che i Men in Black, nella loro ultima e più popolare metamorfosi, sembrino condannati a un girone infernale di insipidi sequel.

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